Notizie su Israele giacche canadese

La Schola Nova e la Maggiore sono state trasformate negli anni in luoghi di culto cristiano Anche la toponomastica conserva una traccia preziosa di una convivenza controversa
di Maurizio Triggiani

  C'è un antico cuore ebraico nel centro storico di Trani. All'ombra del campanile di Nicolaus un dedalo di stradine introduce alla Giudecca, il quartiere che sin dal Medioevo era abitato da una fiorente comunità di ebrei. Via Cambio, via la Giudea, via Sinagoga, via Scola Nova sono toponimi ancora vivi che delimitano un'area nella quale sopravvivono non solo riferimenti della storia, ma anche importanti monumenti della tradizione e della cultura ebraica.
   Parliamo soprattutto delle due sinagoghe, la Maggiore (oggi Sant'Anna) e Schola Nova (oggi Santa Maria Nova). Due edifici realizzati nel XIII secolo, eccezionali testimonianze superstiti della comunità ebraica anche se poi, nel corso del tempo, sono state "cristianizzate". Della sinagoga Maggiore di Sant' Anna sappiamo anche la data di fondazione, il 1247, grazie ad un'epigrafe in caratteri ebraici che riporta la data del 5007 dalla creazione del mondo, secondo la Bibbia. L'impianto costruttivo di questo edificio è dominato da un'alta cupola che si eleva su un tamburo ottagonale e si imposta sui pilastri del corpo centrale. È una costruzione monumentale e visitarla significa compiere un bel salto non soltanto nel passato, ma anche in una tradizione culturale e religiosa dal grande fascino.
   Questo grazie anche ai recenti restauri e all'allestimento museale, non ridondante ma comunque efficace, presente all'interno dell'edificio e curato da un attento studioso della cultura e tradizione ebraica come Cesare Colafemmina, recentemente scomparso. I pannelli traducono le vicende della Sinagoga Maggiore, ma anche dell'intera comunità ebraica pugliese e tranese in particolare.
   A partire dalle note di Beniamino da Tudela, un viaggiatore ebreo, che, nel giro di dieci anni tra il 1156 ed il 1166, attraversò l'Europa e l'Asia.Quando fece tappa a Trani annotò come qui vi fosse una importante comunità composta da più di duecento membri sotto la guida del rabbi Elia, rabbi Natan e rabbi Jacob. Inoltre non poté fare a meno di scrivere che Trani era una città grande e bella.
   Un rapporto, quello tra la comunità ebraica e la città, piuttosto controverso. In un documento del 1221 lo stesso Federico II, pur confermando i privilegi concessi nel 1195 da suo padre Enrico VI, precisò che nessun cristiano avrebbe mai potuto testimoniare contro un ebreo e viceversa, giusto per sottolineare una soltanto parziale integrazione delle due comunità. La presenza ebraica, a dirla tutta, era sopportata, ma non sempre vista di buon occhio soprattutto perché gli ebrei erano abili commercianti ed era concesso loro di prestare denaro a interesse, cosa assolutamente proibita ai cristiani (dal Liber Augustalis del 1231 ) .
   Queste sono soltanto alcune delle notizie che la visita della sinagoga Maggiore di Sant'Anna riserva, grazie ai pannelli esposti, al catalogo del museo, in versione cartacea e digitale, alle guide che accompagnano i turisti. Con la gestione affidata al Museo Diocesano tranese questo spaccato della vita medievale di Trani riaffiora in tutto il suo interesse e fascino presentando una piccola, ma significativa parte degli studi, dei documenti, ma anche delle testimonianze del passato medievale ebraico della città. L'esposizione nelle teche di un'antica Mezuzah e di una Bibbia in caratteri ebraici valgono da soli la visita al piccolo museo, così come gli scavi che hanno riportato alla luce la cripta inferiore dove è stato allestito un altro significativo percorso museale con cinque pietre tombali incise a caratteri ebraici e datate al XV secolo.
   Poco distante dalla sinagoga maggiore, quella di Schola Nova, altra preziosa testimonianza del passato ebraico della città di Trani, anch'essa realizzata durante il XIII secolo. Purtroppo, a differenza di quella Maggiore di Sant' Anna, la visita qui è più complicata perché l'edificio è in concessione alla comunità ebraica e non è stato musealizzato. Secondo una testimonianza del 1572 ( Lambertini) le sinagoghe del quartiere ebraico di Trani erano quattro ed accanto alle due sopravvissute ci dovevano essere quelle di San Leonardo Abate e San Pietro Martire. Tutte avevano cambiato nome e di conseguenza consacrazione pochi anni dopo la loro stessa realizzazione in quanto vennero trasformate in edifici di culto cristiano.
   E' evidente che il rapporto trai cittadini, i potentati e la comunità ebraica fosse piuttosto controverso e fini per precipitare del tutto nel 1500 quando Carlo VIII invase il regno meridionale e cacciò definitivamente gli ebrei da Trani. E così la storia di quella comunità vacillò, ma le testimonianze rimasero cospicue e segnarono profondamente il tessuto urbano della città E si tratta di un patrimonio prezioso che a Trani è sopravvissuto in maniera esemplare mentre della presenza ebraica in altri centri pugliesi e lucani, come Venosa, Taranto, Otranto e la stessa Bari, rimane difficile rintracciare le sinagoghe. Oggi un piccolo museo, allestito con professionalità e passione, ricorda e fa ripercorrere una vicenda storica ambientata nella Trani del Medioevo affascinante e per molti versi emblematica che parla di ebrei, di culti religiosi, di scoperte archeologiche tenendo per fortuna lontani i facili misteri ed i consueti stereotipi.

(la Repubblica - Bari, 22 agosto 2017)


Tutto su mio padre bugiardo e dongiovanni

Francese, autore di comics, Joann Sfar racconta in un libro toccante e ironico il rapporto con il genitore.

di Susanna Nirenstein

Joann Sfar Joann Sfar è un noto disegnatore francese di gatti filosofi e parlanti che si fanno ebrei per compiacere il padrone rabbino, un rebbe algerino di inizio Novecento a sua volta molto sui generis, dubbioso, quasi miscredente, come minimo, poetico senz'altro mentre è immerso nelle sue avventure teologiche.
   Nato nel 1971 a Nizza, i suoi fumetti (non solo la serie Il gatto del rabbino , appunto, da cui è stato tratto un film d'animazione, ma quella de I l piccolo vampiro e Troll , più decine e decine d'altri titoli) hanno vinto innumerevoli premi - il film sul cantautore Serge Gainsbourg anche il celebre César -e comunque il nostro prolifico artista ha fatto lo sceneggiatore, il documentarista, il regista, e ha anche scritto dei romanzi. Come questo, Lui era mio padre (Edizioni Clichy), toccante, dissacratorio, triste e comico al tempo stesso. D'altra parte aveva a che fare con un papà che ora gli muore di malattia tra le braccia, ma era nato nel 1933, l'anno in cui zio Adolf è diventato cancelliere, in cui è stato scoperto il mostro di Loch Ness ed è uscito al cinema King Kong, insomma, non un uomo "da niente".
   Il babbo di Joann, André Sfar, era veramente un tipo speciale, solare, travolgente, imprevedibile, con «un fascino da bastardo, una roba alla Alain Delon». un ebreo sefardita immigrato a Nizza, avvocato rinomato (prima di puttane e malfattori vari, poi per fortuna di banche - ma anche grande accusatore nei processi contro negazionisti e neonazisti). Sua moglie, una cantante di 20 anni più giovane, morì improvvisamente durante la notte quando Joann aveva 3 anni e mezzo: finché, due anni dopo, il nonno materno (un combattente per la libertà e un Don Giovanni seriale) non gli disse la verità, il bambino credeva ancora fosse partita in viaggio.
   Suo padre, mai perdonato per tanti anni, non aveva avuto il coraggio di parlare: ma ora che se n'è andato Joann capisce quanto fosse lui, rimasto solo a tirar su il piccolo figlio, ad aver bisogno di rassicurazione. È un bel momento. Una morte strana e subitanea, ed una normale, banale, in ospedale, da vecchio. Eppure così più difficile, più sofferta, un pozzo di segreti, tensioni, confessioni. Joann diventa quasi cieco nei mesi successivi, piange troppe lacrime corrosive: è per questo che scrive il romanzo, a caratteri cubitali, disegnare non gli riesce. Anche il suo matrimonio felice è andato a monte: per una fidanzata che invece non dura e non viene nemmeno al funerale.
   Sfar rinvanga, mescola, guarda i ricordi zampillare come in una pentola in ebollizione. Prega per il piacere di pregare, per la calma che gli dà, ma niente sinagoga ( e Dio) come invece gli aveva chiesto il padre, diventato, con la vedovanza, osservante e contemporaneamente seduttore compulsivo e maniacale, con tanto di Alfa Romeo decappottabile finché a 70 anni non scoprì l'esistenza dell'Aids (!). Nonostante tutto l'amore per lui e pezzi di memorie assurde e godutissime sulle prime riviste pornografiche a 8 anni nascoste dentro Asterix e sulla babysitter che si faceva toccare la schiena e il sedere da lui microscopico, «l'unica che mi ha dato quello che volevo» (non era Henry Moore a carezzare la schiena di sua madre? ricorda),
   Joann non riesce a giustificare il genitore che gli ha fatto vivere un lutto infinito per la madre, che non ha mai voluto accettare la nuora shishka (non ebrea) e la non circoncisione del figlio (ma c'è anche una figlia che adora i gatti e a cui dedica il suo fumetto), e anche per avergli scritto il discorso da tenere al tempio a 13 anni, per il bar-mitzvah, la maggiore età, ch tugxrddw. canada goose citadele non avrebbe voluto mai leggere ad alta voce.
   Joann Sfar non è mai banale, come nei suoi comics del resto. Anche quando tocca temi arati e riarati come il conflitto palestinese/israeliano: vorrebbe la pace, è chiaro, ma vede come gli ebrei non possano che ostinarsi a non volersi più lasciare sterminare. Schegge di ebraismo si spandono ogni dove. Certo, perché questo non è che un grande kadish recitato per la morte di un padre ingombrante. Un kadish sincero, palpitante, buffo e doloroso.

(la Repubblica, 22 agosto 2017)


Bella Hadid sulla copertina di Vogue Arabia suscita polemiche

di Alice Grisa

  Bella Hadid è la cover girl del prossimo numero di Vogue Arabia. Ma lo scatto di Karl Lagerfeld non è piacuto a tutti i lettori della rivista: per qualcuno Bella non rappresenta affatto la donna araba.
La modella, sorella minore di Gigi Hadid, regna in copertina in un maestoso scatto di Karl Lagerfeld, che la svela vestita di rosso, severa, altera e con i capelli corti.
Bella, interamente firmata Fendi, indossa una lunga tunica color porpora che si apre a campana, come un abito vintage, e che è coordinata con un paio di ankle boots stretti e sottili dello stesso colore e con il tacco a stiletto. I capelli sono tagliati in un hairstyle pixie cut scuro e il viso, bianco e diafano, è ombreggiato da un make up smokey.
La scelta della it girl per popolare la copertina della celebre rivista apparentemente è piuttosto significativa: Bella, figlia del magnate Mohamed Anwar Hadid, ha origini per metà palestinesi.
Bella stessa su Instagram ha espresso l'onore di posare per Vogue Arabia e il piacere di aver lavorato con un team così affiatato e gentile.
Ma alcuni lettori di Vogue Arabia e alcuni follower dei social della rivista si sono decisamente alterati per la scelta della minore delle Hadid.
Quali sono i motivi del contendere?

 Le polemiche contro Bella, un non-simbolo arabo
  Come riporta Seventeen, innanzitutto l'origine palestinese di Bella Hadid non c'entra nulla con i paesi in cui è distribuita la rivista. In tutto sono 22 nazioni, e la giovane Hadid non appartiene a nessuna di queste. In molti, sui social, hanno polemizzato sulla scelta "occidentalizzante" del volto copertina.
Secondo i detrattori, in altre parole, al posto di Bella Hadid Vogue Arabia poteva tranquillamente scegliere una ragazza "davvero araba".
Bella non rappresenta la donna araba, almeno secondo i contestatori, e in base alle critiche non sarebbe altro che il volto dell'ennesima operazione mediatica che vuole occidentalizzare il Medio Oriente.
  Bella ha sempre dichiarato di essere orgogliosa della propria religione musulmana, ma per i lettori arabi di Vogue (o meglio, per i più polemici) non basta dichiararsi musulmani per essere un simbolo arabo.
In più qualcuno ha contestato la scelta di Karl Lagerfeld come autore degli scatti. Perché concentrarsi sul solito stilista e fotografo di moda occidentale, quando si poteva optare per un professionista del Medio Oriente? I commenti mostrano totale disapprovazione per il fashion designer tedesco.
Dal canto suo, il direttore di Vogue Arabia, Manuel Arnaut, ha difeso la propria scelta giustificandosi con il New York Times.
Arnaut ha anche aggiunto che, sebbene la copertina del numero di settembre sia occupata dall'americana Hadid, all'interno della rivista ci saranno approfondimenti e foto di altre star al 100% arabe, come ad esempio la modella Halima Aden.
Nel precedente numero la copertina era stata occupata da Gigi Hadid, sorella di Bella, che aveva indossato il hijab (velo completamente coprente) difendendo il diritto delle donne a indossarlo, fermo restando che sia una loro scelta (e non un'imposizione sociale) portarlo.

(FoxLife, 22 agosto 2017)


Libano: riesplode la tensione nel campo profughi di Ain el Hilweh

BEIRUT - E’ di tre palestinesi feriti il bilancio di nuovi scontri a fuoco avvenuti questa mattina nel campo profughi di Ain el Hilweh, nel sul del Libano. Secondo quanto riporta l’agenzia stampa nazionale “Nna”, gli scontri a fuoco sono avvenuti tra la Forza congiunta palestinese e il movimento Fatah, da una parte, ed i partigiani dei gruppi islamisti guidati da Bilal Abu Arkub e Bilal Badr. In precedenza, l’esplosione di una bomba all’interno del campo ha di fatto rotto la tregua raggiunta ieri, 20 agosto, tra le diverse fazioni all’interno del campo. Il cessate il fuoco era stato concordato ieri dopo che gli scontri avevano provocato la morte di due persone ed il ferimento di altre sette.

(Agenzia Nova, 21 agosto 2017)


Radiohead e il concerto in Israele

Parla Phil Selway: 'Ci è sembrata la cosa giusta da fare'

Phil Selway Il batterista dei Radiohead Phil Selway ha difeso, nel corso di un'intervista al New Musical Express, la decisione di esibirsi in Israele, scelta che rese la band di Oxford bersaglio di critiche da parte di numerosi e autorevoli esponenti del mondo dell'arte e della cultura britannico - tra gli altri, il registra Ken Loach e l'ex Pink Floyd Roger Waters, coi quali il frontman Thom Yorke ebbe vivaci scambi di vedute al proposito.
Lo show presentato lo scorso 19 luglio al pubblico di Tel Aviv è stato decisamente più lungo rispetto alla media di quelli portati sui palchi dal gruppo britannico. Ma, assicura Selway, non c'è nessun retropensiero dietro a questo aspetto: "Credo che [la lunghezza extra] sia dovuta al fatto che sarebbe stato il nostro ultimo concerto per un po', davvero", ha spiegato il batterista, "Sembrava più che altro la festa per la fine del tour. Guardavo la scaletta e pensavo: 'Voglio suonare questa. E ancora questa. E ancora questa'".
Possibile che il gruppo si sia isolato, a livello nazionale e non solo, andando contro al suggerimento di realtà come Artists For Palestine UK, che auspicavano l'annullamento della data come parte di un boicottaggio per contrastare le scelte del governo israeliano riguardo soprattutto la questione palestinese? "Onestamente non saprei", ha risposto Selway: "In ogni caso non ci siamo basati su quello nel prendere la nostra decisione. Non abbiamo niente da aggiungere, di nuovo: [suonare in Israele] ci è sembrata la scelta giusta".

(rockol, 21 agosto 2017)


Spettacoli, mostre e cucina kasher: a Palermo la Giornata della Cultura Ebraica

Un giorno alla scoperta del patrimonio culturale ebraico con visite alle Sinagoghe, i musei e i quartieri ebraici attraverso centinaia di iniziative.

Sarà il 10 settembre 2017 la Giornata Europea della Cultura Ebraica a Palermo, una manifestazione che invita la comunità a scoprire luoghi, storia e tradizioni degli ebrei nelle diverse città partecipanti.
La Sicilia è la regione scelta per inaugurare questa edizione, l’apertura ufficiale della Giornata avverrà infatti a Palermo, dove si darà il via all’intera manifestazione nazionale, la mattina di domenica 10 settembre, alla presenza delle autorità e di esponenti del mondo ebraico.
Un vero e proprio viaggio alla scoperta del patrimonio culturale ebraico con visite guidate per le Sinagoghe, i musei e gli antichi quartieri ebraici attraverso centinaia di iniziative tra concerti, spettacoli, conferenze, visite archeologiche, mostre e assaggi di cucina kasher.
L'appuntamento è giunto alla diciottesima edizione ed è coordinato e promosso in tutta Italia dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Quest’anno le località che aderiscono nel nostro Paese sono ottantuno e il tema che unisce idealmente tutti gli eventi è "La Diaspora. Identità e dialogo".
Uno spunto per scoprire la storia dell’esilio del popolo ebraico, durato quasi due millenni, a seguito delle due Diaspore dalla terra d’Israele occorse nell’antichità, e poi ulteriormente disperso con l’espulsione dalla Spagna e dai domini spagnoli, sud Italia incluso, iniziata nel 1492.
La Giornata Europea della Cultura Ebraica gode del Patrocinio del ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, del Dipartimento per le Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani.

(Balarm, 21 agosto 2017)


91 bambini di Gaza scoprono Gerusalemme e la Cisgiordania

GERUSALEMME - Decine di bambini e ragazzi palestinesi della Striscia di Gaza hanno visto per la prima volta nella loro vita Gerusalemme e due dei luoghi più sacri della città sacra alle tre religioni monoteiste di ceppo abramitico, il tutto nel quadro di un programma culturale gestito dall'Organizzazione delle nazioni unite.
91 giovanissimi tra gli otto e i 14 anni hanno attraversato il confine ermeticamente sigillato da una decina di anni tra l'enclave palestinese di Gaza e Israele per visitare Gerusalemme, secondo quanto reso noto dall'Agenzia dell'Onu per i rifugiati palestinesi. Solo sette di loro avevano già varcato il confine. Nella Città vecchia, il gruppo ha visitato la Chiesa del Santo sepolcro che ospita i luoghi dove Gesù venne crocifisso e sepolto e la moschea di Al-Aqsa da dove il profeta Muhhamad prese il volo per il Miraj, il volo mistico che lo avrebbe portato al cospetto di Dio.
"Per loro è come un sogno" sottolinea Scott Anderson, capo delle operazioni della United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in Cisgiordania. "Non pensavano che sarebbero mai potuti andare a Gerusalemme. Vedere tanti luoghi della città, di Al-Aqsa e anche della Cisgiordania per loro è come realizzare un sogno incredibile".
Dopo la visita nella Città vecchia il gruppo si è trasferito a Ramallah e rimarrà qualche giorno nella Cisgiordania occupata, l'altra porzione della terra palestinese separata da Gaza dallo Stato israeliano.
"È un'emozione straordinaria" esclama una tredicenne palestinese. "Per me è la prima volta fuori da Gaza e non credevo che mi sarebbe mai potuto capitare. Non riesco a esprimermi..., è un posto assolutamente incredibile, perché..., non so nemmeno come dirlo".
I cittadini di Gaza hanno bisogno di un visto israeliano per visitare sia Gerusalemme, che dista 75 km, sia la Cisgiordania. Dal 2008 i miliziani palestinesi di Hamas e Israele hanno combattuto tre guerra sanguinose. L'Onu ha chiesto ripetutamente la fine del blocco israeliano sottolineando le drammatiche condizioni umanitarie dei due milioni di persone stipati in quel fazzoletto di terra. Dal canto suo, Israele ha sempre ribadito la necessità di evitare che Hamas possa rifornirsi di armi e altri materiali che potrebbero essere utilizzati contro il suo territorio.

(askanews, 21 agosto 2017)


Grave preoccupazione in Israele per le posizioni di Trump in Siria

Nonostante le prove fornite dalla delegazione israeliana volata a Washington, Trump non sembra intenzionato a chiedere la fine della occupazione iraniana in Siria. Un favore a Putin e soprattutto a Teheran.

GERUSALEMME - Al Ministero della Difesa israeliano sono "fortemente preoccupati" dopo che la scorsa settimana una delegazione di alto livello si è recata a Washington per colloqui con l'Amministrazione americana in merito alla Siria e soprattutto alla presenza iraniana nel Paese e non ha ottenuto alcuna garanzia in merito al fatto che gli Stati Uniti avrebbero fatto di tutto affinché qualsiasi accordo sulla Siria prevedesse l'uscita dal Paese delle forze iraniane e di Hezbollah....

(Right Reporters, 21 agosto 2017)


Gli ebrei non scappano

di Giuseppe Laras*

La sortita del rabbino di Barcellona sull'Europa perduta - e l'appello agli ebrei a rientrare in Israele - irrita. Mentirei se non ammettessi che nelle assemblee rabbiniche si tratta di adagio noto. Pur in parte convenendo, so che molti ebrei resteranno in Europa. Non solo: l'ebraismo è consustanziale alla cultura europea, con legami di amicizia, responsabilità e solidarietà verso i nostri concittadini, per cui la nostra permanenza in Europa, intesa come resistenza, ha valore. Quanto in corso costituisce l'inizio di un'era per cui nulla sarà come prima. Negarlo o annacquarlo non evita i morti: sostenere, poi, che certe derive della politica e della cultura («edulcorazione del terrorismo» e «pacifismo totalitario») ne conterrebbero il numero è un misto di viltà e cinismo, che non imbonirà a lungo. Difficile accogliere altri. In Europa i musulmani superano i 20 milioni, con ampio fallimento delle forme di integrazione: è solo un problema esogeno o anche, in misura non trascurabile, endogeno? Si aggiunga che le nostre democrazie sono sempre più demagogiche, in crisi sistemica. L'assunzione realistica della variabile demografica circa la presenza islamica è dunque fondamentale per il futuro dell'Europa. Occorre cautelarsi dall'imperante farsa dei tre monoteismi come «religioni di pace», peraltro in primis intesa come pace politica. Né i testi sacri né la storia depongono a loro favore, e inquieti spettri albergano nel loro dna. Una comprensione innocente delle religioni è falsa e pericolosa. La melassa, svicolante dal reale per una composizione emozionale dei confitti sotto lo stendardo dell'incontro, deve invitare a diffidenza. Tutto ciò non esclude il dialogo. Ma salvare il futuro, percorso non garantito, significa impegnarsi per concreti margini di sicurezza e stabilità a lungo corso.
* Presidente del tribunale rabbinico del Centro-Nord Italia

(Nazione-Carlino-Giorno, 21 agosto 2017)

«La melassa, svicolante dal reale per una composizione emozionale dei confitti sotto lo stendardo dell'incontro...», espressione magistrale per sinteticità di riferimenti. Su di essa si potrebbe confezionare un intero saggio articolato in quattro punti: 1) La melassa; 2) svincolante dal reale; 3) per una composizione emozionale dei conflitti; 4) sotto lo stendardo dell'incontro. Il primo indirizzo a cui inviarlo sarebbe quello del papa.
E' discutibile invece il titolo stesso dell'articolo, sia perché non è vero che "gli ebrei non scappano", dal momento che per secoli hanno spesso tentato di risolvere i loro problemi con la fuga, sia perché per gli ebrei tornare in Israele non significa "scappare".
Riportiamo di seguito la presentazione dell'articolo di Laras fatta dal portale dell'Ucei e il commento fattoci pervenire da un ebreo che vive a Gerusalemme. M.C.


*

Rav Laras, "Ebraismo consustanziale alla cultura europea".

Sul Quotidiano nazionale rav Giuseppe Laras, presidente del Tribunale rabbinico del Centro-Nord d'Italia, contesta in parte l'invito del rabbino capo di Barcellona alla sua Comunità ad emigrare in Israele. "Pur in parte convenendo, so che molti ebrei resteranno in Europa. - afferma Laras - Non solo: l'ebraismo è consustanziale alla cultura europea, con legami di amicizia, responsabilità e solidarietà verso i nostri concittadini, per cui la nostra permanenza in Europa, intesa come resistenza, ha valore".

(moked, 21 agosto 2017)


*

«Rav Laras giustifica l'esilio del popolo ebraico»

Lettera da Gerusalemme

Gentile Direzione,
Leggo riportate su Ucei le parole di rav Laras "Ebraismo consustanziale alla cultura europea" dove viene contestato l'invito del rabbino capo di Barcellona alla sua Comunità di salire in Terra d'Israele. Premetto che non sono un Karaita, ma questa titubanza rabbinica per non dire avversione a salire in Israele continua. Rav Laras giustifica l'esilio del popolo ebraico, che è stata una maledizione, con espressioni di solidarietà e responsabilità verso coloro che sono stati per secoli i nostri carnefici. Lo Stato d'Israele, creato dal sionismo laico, in occasione dei fatti di sangue che hanno colpito la città di Barcellona, ha innalzato la bandiera spagnola in segno di amicizia e sostegno nella lotta al terrorismo. Hanno fatto altrettanto gli Stati europei (consustanziali) quando Israele è stato colpito ripetutamente dal terrorismo arabo-palestinese? Hanno fatto qualcosa questi Stati europei durante la Shoà per fermare il genocidio del popolo ebraico? D.o disse ad Abramo: "Benedirò chi ti benedice, maledirò chi ti maledice. Si benediranno in te tutte le famiglie della terra" (Gn 12,3). Chi ha orecchie da intendere intenda.
Fulvio Canetti

(Notizie su Israele, 21 agosto 2017)


Contro l'operazione rimozione di chi trasforma gli attentati in incidenti

E' successo con la strage di Barcellona e continuerà a succedere. Di fronte a un atto di terrorismo, il sistema mediatico tende a concentrarsi solo sulle emozioni. Le immagini che non vogliamo vedere e le radici che non vogliamo accettare. C'entra l'islam, c'entra una debolezza dell'occidente.

di Claudio Cerasa

All'indomani di ogni atto terroristico, il sistema politico, e soprattutto mediatico, tende spesso a portare avanti un'operazione dolce e delicata finalizzata a rimuovere dalle nostre coscienze ogni immagine eccessivamente traumatica legata all'istante dell'attentato. E' difficile dire se l'operazione sia volontaria o involontaria, ma ciò che conta, e su cui vale la pena riflettere, è che questo approccio, perfettamente rappresentato sabato scorso da Tahar Ben Jelloun che ha praticamente scaricato su George W. Bush le responsabilità dell'attacco a Barcellona, ha una conseguenza importante e porta ciascuno di noi, con il passare del tempo, a rimuovere ogni domanda relativa a quell'attentato. Qualunque domanda relativa alle ragioni di un gesto, alle radici di un attacco, alle motivazioni di un atto. Con il passare del tempo, dunque, la storia è sempre la stessa. A poco a poco, spariscono le immagini, spariscono le ragioni, spariscono le spiegazioni e nella nostra testa restano solo delle pure e mute emozioni. Come se per elaborare quel lutto fosse socialmente necessario dimenticare in fretta quanto successo, per tornare rapidamente "alla stessa vita di prima".
  Nelle teste di ciascuno di noi, pensando alle efferatezze sulla Rambla, agli accoltellamenti sul Tamigi, agli attentati a Stoccolma, alle bombe a San Pietroburgo, ai mercatini di Berlino, ai treni di Wùrzburg, quello che resta di quelle esperienze, che fortunatamente per molti di noi sono esperienze prevalentemente mediatiche, è un'emozione forte, il ricordo di una storia drammatica, e dopo qualche giorno, nelle nostre teste, di quel momento resterà il numero di morti, il luogo dell'attentato, magari anche il giorno dell'attentato, magari anche il momento del pomeriggio in cui abbiamo saputo quanti erano esattamente i morti. Ma difficilmente, dentro di noi, resteranno immagini come quelle del bambino in fin di vita, disteso sulla Rambla con una gamba spezzata, ritratto da un fotografo pochi istanti dopo essere stato travolto da un furgone guidato da terroristi islamici, nella stessa posizione in cui venne immortalato, e reso eterno, il corpo di un altro bambino, il piccolo Aylan. Aylan, come tutti sappiamo, era un bimbo di tre anni morto annegato sulle spiaggia di Bodrum, in Turchia, nel tentativo di raggiungere l'Europa. Tra qualche anno, in molti ricorderanno da cosa fuggiva quel bambino e cosa cercava quel bambino. In pochi, tra qualche anno, ricorderanno invece da cosa fuggiva quell'altro bambino, falciato dai terroristi senza aggettivi. Ricorderemo certamente che quel bimbo scappava da alcuni stragisti. Ma nel ricordare quell'istante, l'aggettivo che ci tornerà in mente con più facilità sarà un aggettivo che ci permetterà di dormire sonni tranquilli e che proverà a inquadrare il fenomeno con le categorie più dell'irrazionale che del razionale. Erano dai pazzi, diremo. Erano degli squilibrati, ricorderemo. Erano dei fuori di testa, penseremo. Non diremo invece quello che in molti tendono a rimuovere all'indomani di un attentato terroristico, di una strage di matrice islamista: perché quegli stragisti hanno scelto di uccidere degli infedeli.
  Se non si vuole lasciare al cialtronismo populista il monopolio sulla discussione relativa alla radice religiosa di ogni attentato di matrice islamista, sarà necessario iniziare a chiamare rapidamente le cose con il loro nome e sarà importante cominciare a denunciare con intelligenza ogni tentativo di rimuovere le radici religiose di un atto terroristico non per alimentare l'odio contro i musulmani ma per fare l'esatto opposto: per smetterla di considerare dei folli tutti quei musulmani che ogni giorno provano a denunciare senza grande successo e senza grande seguito nelle proprie comunità l'orrore del fondamentalismo islamico e l'efferatezza della legge coranica. I meccanismi perversi che vengono attivati dall'islamicamente corretto, all'indomani di una strage di matrice islamista, tendono sistematicamente a silenziare molte di quelle voci che provano in tutti i modi a spiegare che negare le radici islamiche dello Stato islamico è un clamoroso autoinganno che porta a indebolire le difese immunitarie dell'occidente.
  E spesso sono proprio questi tic scellerati ad alimentare sentimenti di profondo disagio come quelli manifestati sabato scorso a Barcellona dal rabbino capo della città, Meir Bar-Hen, che con rassegnazione ha affermato che a causa dell'islam radicale, e a causa dell'incapacità delle autorità a confrontarsi con esso, la sua comunità è ormai "condannata", e per questo ha invitato gli ebrei di Barcellona "a pensare di non essere qui per sempre", a "comprare proprietà in Israele", prima che sia troppo tardi, "perché questo posto ormai è perso". Si potrebbe arrivare a dire che l'incapacità delle istituzioni, politiche e culturali, di mettere a fuoco il legame forte che esiste tra il terrorismo islamico e l'interpretazione radicale di alcuni passi del Corano alimenti la percezione di insicurezza che esiste nelle nostre società.
  Ma il ragionamento è ancora più sottile, e forse ancora più profondo, e per questo sarebbe utile imparare a memoria uno sfogo molto bello, e purtroppo poco valorizzato, che un grande studioso dell'islam, il marocchino Abdellah Tourabi, ha affidato sabato scorso alla sua pagina Facebook. "Ogni volta che si commette un attentato o che il mondo scopre un'atrocità commessa dall'Isis- scrive Tourabi, politologo, giornalista, ricercatore a Sciences Po a Parigi - si sentono immediatamente affermazioni del genere. Si sente dire: 'Tutto questo non ha nulla a che fare con l'islam', 'gli attentatori non hanno mai letto il Corano’. Questi argomenti sono spesso mossi dalle migliori intenzioni, e sono sinceri, ma purtroppo sono falsi e intellettualmente disonesti: non aiutano né a comprendere la realtà né a fare un passo in avanti per uscire da questo stallo storico in cui il mondo musulmano si trova oggi". Sfortunatamente, continua Tourabi, "i fanatici che uccidono in nome dell'islam agiscono all'interno del perimetro dell'islam. E le loro convinzioni, le loro azioni e la loro visione del mondo sono una replica perfetta di quello che fu l'islam delle origini.
  I seguaci dell'Isis applicano il Corano alla lettera, fanno di questo il fondamento stesso della loro vita quotidiana, e vogliono riprodurre integralmente la prima forma politica conosciuta dell'islam: il califfato. Il loro universo è certo e anacronistico, ma corrisponde a una realtà che è esistita 14 secoli fa. Negare o rifiutare di riconoscerlo sarebbe una cecità". E la ragione di tutto questo è semplice. Drammaticamente semplice: "I testi religiosi sono l'alfa e l'omega dei soldati dell'Isis. E come altri gruppi jihadisti, i soldati dell'Isis giustificano le loro azioni con riferimenti al Corano e alla sunna. I loro documenti, i loro comunicati e i loro libri si basano su versetti del Corano e si rifanno a un contesto particolare della storia dell'islam, quello segnato dalle guerre del profeta Maometto a Medina". Il politologo marocchino ricorda che i jihadisti che uccidono gli infedeli per il semplice fatto che essi sono infedeli lo fanno non sulla base di un atteggiamento folle ma sulla base di un principio scritto nero su bianco nel Corano [2:191]: "Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell'omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti". E ancora: "Quando (in combattimento) incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine. Questo è (l'ordine di Allah). Se Allah avesse voluto, li avrebbe sconfitti, ma ha voluto mettervi alla prova, gli uni contro gli altri. E farà sì che non vadano perdute le opere di coloro che saranno stati uccisi sulla via di Allah".
  Per questo e per molte altre ragioni, dice Tourabi, è un errore parlare di follia quando si parla di Isis. E' un errore rifugiarsi nella retorica della cospirazione. E' un errore rimuovere le radici del problema. Perché rifiutarsi di individuare le radici del male è il modo migliore per non combattere fino in fondo il male, chiudendo gli occhi su quello che è il messaggio sia del politologo marocchino sia del rabbino capo di Barcellona. Gli islamisti vogliono trasformare l'Europa in una nuova Gaza. E se non ci renderemo conto fino in fondo che l'attacco portato avanti dagli islamisti alla nostra civiltà ha le stesse radici degli attacchi portati avanti ogni giorno contro Israele, continueremo a non fare tutto il necessario per difenderci da quello che non è solo un gesto di qualche pazzo isolato, senza aggettivi, ma che è semplicemente un attentato quotidiano contro la nostra civiltà.

(Il Foglio, 21 agosto 2017)


Il dramma degli ebrei nelle lettere da Ventimiglia e il suicidio della baronessa Loewenstein

In un libro di Veziano le tragedie seguite alle leggi razziali

di Maurizio Vezzaro

  La firma autografa della baronessa Loewestein nella lettera d'addio VENTIMIGLIA - Suicidi lucidamente pianificati e avvenuti, ma anche minacciati quale arma estrema per denunciare una condizione drammatica e apparentemente senza via d'uscita. E' quanto scrissero da Ventimiglia, nell'estate del 1939, Eduard e Toni Berstling a Giulio Bemporad, rappresentante torinese del Comitato di assistenza ebraica. «La prego, caro onorato professore, ci aiuti! La prego con insistenza di rispondere subito, sennò non ci resta che il suicidio», imploravano, usando la lingua tedesca. Sono alcune testimonianze raccolte dallo studioso di storia locale Paolo Veziano, che ha in prospettiva la stesura di un lavoro che tratta la drammatica, struggente vicenda degli ebrei dell'Estremo Ponente, costretti dalle odiose leggi razziali promulgate nel 1938 ad abbandonare l'Italia entro il 12 marzo 1939. Da quegli scritti traspaiono le difficoltà materiali incontrate da chi doveva organizzare il viaggio in breve tempo, ma soprattutto i contraccolpi psicologici di una comunità costretta a dire addio a tutto - lavoro, affetti, amicizie - e a gettarsi in un ignoto apparso mai come allora nero, angosciante.
   Il libro sarà un compendio al suo studio «Ombre al confine» e uscirà nel 2018. Veziano ha consultato le testimonianze custodite dall'Archivio di Stato di Ventimiglia. Storie personali, lacerti di vita emergenti da cartoline, memorie, diari, fascicoli penali, missive censurate, carteggi tra i responsabili locali e centrali del Comitato di assistenza, da cui affiorano profonde divergenze sul concetto di assistenza stessa e sul fenomeno dei profughi.
   Ma c'è una storia, su tutte, che ha appassionato Veziano, storico sensibile, emblematica di quei tempi grami. Il suicidio della baronessa Adele Goldschmidt, vedova Loewenstein, nata nel 1878, residente a Grimaldi. Nel 1939, la nobildonna, semicieca, inoltrò al ministero dell'Interno una richiesta di proroga al provvedimento di espulsione. Il prefetto d'Imperia diede parere favorevole, ma non Roma, ormai allineata ai voleri dell'alleato nazista.
   L'8 agosto Adele Goldschmidt si ritirò nella sua stanza consegnando una lettera alla domestica Francesca Cianetti e ordinandole di portarla la mattina successiva al dottor Serafino Ferrero e di non entrare per nessuna ragione in camera. Il mattino la domestica fece come le era stato detto: nella lettera la baronessa annunciava il suicidio. In casa si precipitarono il pretore di Ventimiglia coi carabinieri di Mortola. Adele giaceva sul letto, elegantemente vestita. Sul tavolo tre tubetti di Veronal, un barbiturico. «Non posso più vivere in un mondo dove c'è così poca pietà», aveva lasciato scritto. Ricordarla, come ha fatto Veziano, è un piccolo ma significativo tributo a tutti gli ebrei imperiesi vittime delle persecuzioni.

(La Stampa, 20 agosto 2017)


Il turismo in Valle Seriana parla ebraico. A Castione il primo albergo kosher

I due chef israeliani al lavoro nella cucina kosher del Grand Hotel Presolana di Castione La cerimonia dell Kiddush durante la festa di Shabbat, il giorno del riposo, in hotel La famiglia Chaver che ha scelto la Valle Seriana per le sue vacanze Il direttore commerciale dell'hotel, Alessandro Urru, con un cliente ebreo «Fur hat» Chef direttamente da Israele, cibo certificato e anche un ambiente destinato a sinagoga: l'albergo riaperto nel 2013 si apre alla clientela internazionale ebrea. E i risultati non mancano: 5 mila presenze in due mesi. Durante la vacanza proposta, visite ai laghi, in miniera a Schilpario e ai parchi avventura degli Spiazzi e delle Fiorine.

Differenziarsi per crescere, o sopravvivere. A Castione, la scelta del Grand Hotel Presolana di darsi - primo nella Bergamasca - alla cucina kosher aprendosi al mercato dei clienti ebrei sta dando i suoi frutti: 5 mila presenze a luglio e agosto. Una media di 150 nuovi arrivi alla settimana, giungono da tutto il mondo: Israele, Europa e Stati Uniti. E al Presolana trovano il cibo certificato kosher e pure una sinagoga, che è stata allestita nel seminterrato. in Valle Seriana, ma anche a Lovere e sul lago d'Endine, li si vede sempre più spesso: alcuni dei clienti ebrei del Grand Hotel sono della corrente charedì, identificabili dai caratteristici riccioli che gli uomini si fanno crescere a incorniciare il viso.
Pellicciai, gioiellieri, banchieri, costruttori, imprenditori del settore hi-tech e tanto altro con, soprattutto, molti figli al seguito, anche nove per famiglia. Una «miniera d'oro» che anche le nostre montagne e i nostri laghi hanno iniziato a conoscere, basti pensare che il programma settimanale della vacanza «chiavi in mano» proposta dal tour operator israeliano C Travel 2016 e dall'agenzia austriaca Gaya prevede uscite alle miniere di Schilpario, al lago d'Iseo, Colere e Clusone, «ma i nostri clienti amano anche molto gli Spiazzi di Gromo - spiega il direttore commerciale dell'hotel, Alessandro Urru - e il lago d'Endine». E trascorrono le giornate in valle tra kanyoning, arrampicate, divertimento ai parchi avventura degli Spiazzi e delle Fiorine, con uscite anche a Verona, al lago di Como, Lugano, Milano, Gardaland e Sirmione e - come venerdì mattina - a fare shopping a Oriocenter.

(L'Eco di Bergamo, 21 agosto 2017)


La Svizzera sospende il sostegno a una ONG palestinese

La Svizzera ha sospeso il pagamento di fondi d'aiuto a una ONG attiva in Palestina. L'organizzazione basata a Ramallah è accusata di sostenerne un'altra che non ha preso sufficientemente le distanze dal terrorismo.
Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha confermato oggi all'ats una notizia in tal senso pubblicata dalla "SonntagsZeitung". La decisione riguarda lo "Human Rights & International Humanitarian Law Secretariat" che riceve fondi, oltre che dalla Svizzera, da Danimarca, Paesi Bassi e Svezia.
L'obiettivo della ONG è quello di promuovere i diritti umani nei territori palestinesi occupati da Israele. I fondi ricevuti vengono girati ad altre associazioni, fra le quali il "Women Affairs technical Committee" (WATC), che è stato criticato per non aver condannato la creazione di un centro giovanile che porta il nome di un terrorista palestinese.
Il progetto in questione non è in ogni caso stato finanziato dai fondi elvetici, precisa il DFAE. Una volta emersi i fatti, la Confederazione ha immediatamente aperto un'inchiesta assieme agli altri Paesi donatori, basandosi sui "severi criteri" stabiliti per le organizzazioni partner.
Il finanziamento che arriva alla WATC è di 36'000 dollari ed è stato sospeso fino alla fine dell'inchiesta, che è prevista entro settembre.

(swissinfo.ch, 20 agosto 2017)


Keepers: da Israele una app per proteggere i bambini dal cyber-bullismo

L'app made in Israel consente ai genitori di sapere quando i loro bambini sono vittime di minacce online.

di Diletta Funaro

Keepers Child Safety, una startup israeliana con sede a Gerusalemme, sta per lanciare Keepers, una nuova applicazione per smartphone che mira a combattere il cyber-bullismo tra i giovani.
Secondo un recente studio condotto in Francia, nell'era di Snapchat e WhatsApp, il bullismo si è spostato dal parco giochi a Internet.
Quasi il 40% dei bambini di età compresa tra i 13 e i 17 anni ha già sperimentato abusi online e solo il 22% delle piccole vittime ha il coraggio di parlarne in famiglia.
Keepers offre ai bambini la possibilità di navigare sul web in modo sicuro, permettendo ai genitori di rimanere vigili ma allo stesso tempo senza compromettere la privacy.
L'applicazione sorveglia il contenuto sospetto sul telefono del bambino, valutando il rischio reale che il contenuto si possa trasformare in reale aggressione.
Grazie ad un programma di intelligenza artificiale, l'app riesce a riconoscere le emozioni umane ed è in grado di distinguere tra un linguaggio pericoloso ed uno innocuo. L'algoritmo riesce ad analizzare il contenuto dei messaggi proteggendo così i bambini da minacce di cyber-bullismo o pedofilia.
Keepers è in grado anche di seguire le attività pubbliche e private del bambino su Facebook, Twitter, Snapchat, Instagram e WhatsApp, avvisando i genitori del bambino.
Arik Budkov, co-fondatore di Keepers, ha avuto l'idea di sviluppare questa app dopo il suicidio di uno studente nel college frequentato dal figlio perché vittima di aggressioni online per diversi mesi. A seguito di questa tragedia, Budkov scoprì che anche il figlio fu oggetto di cyber-bullismo.
Con la maggior parte dei suoi primi utenti in Israele, Keepers ha numerosi fruitori anche in Germania, Grecia, Italia e Austria.

(Progetto Dreyfus, 20 agosto 2017)


Il Kenya si affida a Israele per combattere la siccità

Nel 2014, i funzionari del Servizio forestale del Kenya hanno iniziato a lavorare con i membri della loro controparte israeliana, il KKL (Keren Kayemeth LeIsrael, la più antica organizzazione ecologica al mondo), per una serie di visite e incontri.
I funzionari del governo keniano e il KKL nel mese di giugno hanno firmato un memorandum d'intesa per continuare le collaborazioni.
Come sottolineato da Emilio Mugo, del Kenya Forest Service, i keniani hanno una cultura sviluppata nel piantare alberi, ma ciò che deve essere migliorato è permettere loro di utilizzare tecnologie appropriate.
Secondo il protocollo d'intesa, il Kenya e Israele hanno concordato viaggi di scambio e condivisione di informazioni su come stabilire le foreste nelle regioni aride o semi-aride.
La deforestazione da disboscamento illegale e la produzione di carbone sta minacciando molte delle foreste degli altipiani del Kenya, che costano al paese più di 68 milioni di dollari l'anno, secondo uno studio del Programma delle Nazioni Unite.
Il Prof. Judi Wakhungu, Segretario di Gabinetto del Kenya ha sottolineato come il Kenya stia cercando di portare le tecnologie israeliane, che si occupano di conservazione del suolo, cattura pioggia, monitoraggio delle precipitazioni e tanto altro, a servizio dei bisogni del paese.
Il Kenya ha anche dedicato ad Israele una foresta a Kiambu County, a nord di Nairobi, il Giorno dell'Indipendenza di Israele di quest'anno, con la speranza che ogni israeliano che visiti il Kenya possa replicare la tradizione di piantare alberi, piantandone uno nella foresta kenyota in occasione della visita.
Dal 2014, il KKL lavora nella regione settentrionale di Turkana, per eseguire il programma di sviluppo agricolo "Solchi nel deserto" per contribuire ad aumentare la sicurezza alimentare nella regione.

(SiliconWadi, 20 agosto 2017)


«Gli ebrei via dalla Spagna prima che sia troppo tardi»

L'amaro appello del Rabbino capo di Barcellona Meiir Bar-Hen

«La nostra comunità è condannata. Questo posto è perso ... Meglio andare via prima che sia troppo tardi». Meir Bar-Hen, Rabbino capo di Barcellona e della Catalogna, ha usato parole dure nel commentare l'attentato terroristico sulla rambla. Parlando con la Jewish Telegraph Agency prima del riposo sabbatico e precisando di farlo a titolo personale e non per tutti i membri della sua comunità, il Rabbino ha incoraggiato i suoi correligionari a lasciare la Spagna, definita «un hub del terrorismo islamico per tutta l'Europa» per anni prima dei recenti attacchi. «Gli ebrei - ha spiegato riferendosi alla città e alla regione - non sono qui in maniera permanente. Ho detto ai miei fedeli: non pensate di essere qui per sempre. E li ho incoraggiati a comprare proprietà in Israele. Questo posto è perso. Non ripetete lo sbaglio degli ebrei di Algeria e Venezuela. Meglio andare via prima che sia troppo tardi».
   I motivi dell'attuale situazione per il Rabbino sono chiari. Una parte del problema, a suo giudizio, è stato svelato dagli attacchi di Barcellona e poi di Cambrils: la presenza di una grande comunità musulmana con «frange radicali. Una volta che queste persone vivono in mezzo a te - ha spiegato ancora riferendosi ai responsabili degli attentati e ai loro sostenitori - è difficile liberarsene. Diventano sempre più forti». E alla domanda se il suo ragionamento si potesse applicare all'intera Europa, ha risposto che «l'Europa è persa». Ma c'è anche la riluttanza delle autorità a confrontarsi con tutto questo. Il Rabbino ha citato la decisione del governo di consentire a Leila Khaled, palestinese condannata per aver partecipato nel 1969 al dirottamento di un aereo della Twa, di entrare nel paese per una Fiera di libri. Ciò mostra che le autorità' «non comprendono la natura del terrorismo».

(Il Tempo, 20 agosto 2017)


*

Gli ebrei in fuga dall'Europa

di Fiamma Nirenstein

Ebrei, è tempo di lasciare l'Europa e di andare in Israele prima che sia troppo tardi. L'ha detto senza temere il biasimo che certamente lo investirà il rabbino capo di Barcellona Meir Bar Hen. La sua è stata di più e di meglio che un'uscita dovuta allo choc per l'attentato di due giorni or sono: una riflessione storica nell'intento di salvare vite umane. Le comunità ebraiche europee hanno conosciuto le peggiori traversie, l'antisemitismo le ha investite in tutte le forme, hanno conosciuto il disprezzo, la violenza e la reclusione inflitte dal cristianesimo; i pogrom dell'Europa Orientale e del Nord; la peggiore di tutte le persecuzioni della storia, la Shoah, per mano dei nazifascisti.
   Adesso, è senza esagerazione che è il momento di denunciare una catastrofe storica di dimensioni epocali: è il nuovo antisemitismo islamico che è stato importato a bizzeffe e ha trovato alleati e terreno di cultura sia a destra che a sinistra, sia nell'odio razziale puro e semplice della destra estrema, che nell'antisemitismo travestito da critica dello stato d'Israele della sinistra. Il rabbino Bar Hen ha ragione: gli ebrei hanno diritto a una vita libera dal biasimo e dal pericolo, e al momento invece l'Europa non offre sicurezza agli anziani e speranza ai giovani, sia a causa della folla musulmana antisemita che per la propria incapacità di delineare il fenomeno dell'antisemitismo come uno dei suoi mali principali e prendere le misure conseguenti. È orribile pensare che in Francia ormai il 22% degli ebrei dice di evitare gli eventi collettivi perché ha paura di attentati, e che il 40% non può più indossare la kippà o una stella di David a causa delle continue aggressioni. Amedy Coulibaly che nel supermarket casher di Parigi uccise quattro avventori proclamando il suo odio per gli ebrei, è solo un caso estremo nella catena delle centinaia di migliaia di eventi antisemiti (a Bruxelles, a Tolosa) che investono ogni giorno gli ebrei europei.
   Sono più della metà del milione e 400mila ebrei europei quelli che hanno già dovuto fronteggiare casi di aggressione verbale o fisica, incluso chi scrive che vive sotto scorta. La forza dell'antisemitismo islamico, sempre molto attivo nel considerare gli ebrei «dhimmi» e «figli di maiali e scimmie» non risente affatto del dialogo fra religioni, né riesce a suscitare una reazione da parte delle autorità europee, Gli ebrei rischiano la vita, e la vita deve essere sempre difesa. Questo fa il rabbino Bar Hen.

(La Stampa, 20 agosto 2017)


Libano - Tensioni in un campo profughi palestinese

I campi profughi palestinesi del Libano, così come della Siria e della Giordania abitati dai discendenti degli esuli che dovettero abbandonare la Palestina dal 1948, dopo la fondazione di Israele sono diventati dei veri e propri terreni di guerra. Soprattutto scontri tra le diverse fazioni di palestinesi, ciascuna con i propri vincoli di fedeltà. E' questo il caso della ripresa delle tensioni tra i membri di Fatah e il gruppo fondamentalista islamico di Bilal Badr.
Ad Ain El-Hilweh nella zona di Sidone a sud di Beirut, il più grande campo del Libano, nella giornata di sabato il bilancio degli scontri è stato di un morto e diversi feriti. Le violenze erano già iniziate i primi giorni di aprile quando gli uomini di Badr hanno aperto il fuoco durante un controllo di sicurezza delle forze palestinesi. In pochi giorni il risultato è stato di otto morti e di una trentina di feriti.

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Dettagli

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