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IL FORCONE DEL DIAVOLO

Mi irrita il politicamente corretto. Sono milanista, conservatore prima che liberale, cattolico, polemico, un po' contraddittorio: rispetto le idee di tutti, nessuno ha il monopolio della Verità, ma più ancora rispetto le mie Tradizioni, le mie Radici, la mia Gente. Nessuno mi tocchi l'Italia, perché m'incavolo: sono Il Forcone del Diavolo, mica Santa Maria Goretti!!!

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Diavolo che scrive al pc

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martedì 12 luglio 2016

Sotto il sole di Sicilia noi combattemmo






"...Su Monte Castelluccio ho innalzato un monumento ai miei morti. Ai piedi di esso ho posto una lampada votiva sempre accesa che io solo vedo, come io solo vedo il monumento.  Questa lampada è il mio cuore: io non potrò mai spegnerla finché sarò in vita perché io soltanto so quanto grande e glorioso sia stato il loro sacrificio..." (Tenente colonnello Dante Ugo Leonardi, comandante del III° battaglione del 34° reggimento di fanteria della 4° divisione meccanizzata Livorno, parole scolpite sulla stele commemorativa al Castelluccio posta dal Comune di Gela nel 1983, nel quarantesimo anniversario della battaglia di Gela)


PROLOGO

Era un'altra notte di guerra a Gela.
Scendeva una fitta pioggia.
In quel preciso momento Licata poco più a ovest era bombardata dal mare, come dall'altra parte dell'isola era capitato alle 20,00 di sera a Siracusa e Catania, mentre Taormina era stata attaccata dagli Spitfire inglesi di Malta sia quella mattina che a metà pomeriggio, con obiettivi il comando tedesco del San Domenico ed il ripetitore radio di Castelmola.
Nel tardo pomeriggio però B-25 Mitchell e B-26 Marauder americani avevano bombardato proprio la piana alle spalle della città, le vicine Butera, Niscemi, Mazzarino, Caltagirone, Acate ed anche Caltanissetta: nel capoluogo avevano colpito la Cattedrale, la caserma dei carabinieri, la posta centrale, la corte d'appello, numerosi edifici pubblici e privati, facendo addirittura 351 vittime (v.  QUI ). Le campane della Chiesa Madre erano suonate a distesa e la gente era fuggita verso le campagne.

Tre finanzieri in bicicletta percorrevano il litorale tra il vecchio pontile ed il caricatore.
Da giorni si succedevano voci su presunti sbarchi di infiltrati, su sabotaggi, su misteriosi incontri clandestini tra personaggi altolocati della nobiltà baronale siciliana e "stranieri" non ben definiti, e f orti erano le v oci di una grande armata di navi pronta a fiondarsi davanti alle coste siciliane dall'Africa: il comando della VI° armata temeva molto il periodo senza luna iniziato il 26 giugno, per cui dal comando legione di Palermo raccomandavano una stretta sorveglianza delle spiagge, nelle ore di maggior buio.
Per fortuna il periodo illune andava a finire proprio quella notte...

Sacramentando sotto gli scrosci di pioggia alimentati da un tesissimo vento da ovest i tre militari, al comando del brigadiere Santo Arena, pedalavano sulla strada sterrata che costeggiava la spiaggia quando, all'improvviso, ad uno di loro era sembrato di vedere delle ombre in movimento sulle acque agitate dalla tempesta: insospettito, l'uomo aveva chiamato il superiore e insieme, buttate le bici a terra, si erano acquattati tra i canneti sferzati dal vento ed infradiciati dalla pioggia, puntando le torce verso il mare. Una corrente molto forte increspava visibilmente la superficie delle acque formando altissimi e rumorosi cavalloni, ma una pesante foschia gelatinosa ovattava la vista dell'orizzonte, senza che le torce potessero illuminare molto più in là.
"Vitale, vedi qualcosa lì? Buttaci un po' più di luce..."
La voce apparentemente fredda del brigadiere trasudava tensione: qualcosa si intravedeva lontano, quando qualche lampo rompeva il buio della notte, ma non si capiva cosa... "Tu -rivolto al terzo finanziere della pattuglia, che era qualche metro più in là, attardato da un bisogno fisiologico- torna al comando e riferisci che buttino un occhio nel settore del vecchio pontile".
Mentre l'altro si allontanava, Arena estrasse la sua piccola Beretta 34 d'ordinanza dalla fondina, tolse la sicura e inginocchiandosi tra le canne sferzate dal vento e dalla pioggia disse, guardando l'orizzonte: "Vitale, punta il 91 verso il mare e spara!"
L'appuntato Mario Vitale, un po' intimorito, imbracciò affannosamente il fucile, mirò ad un punto immaginario davanti a sé ed al segno del superiore fece fuoco insieme a lui.
All'improvviso, come obbedendo al medesimo ordine, si accesero le potentissime luci di alcuni proiettori alle loro spalle, illuminando a giorno per un breve, lunghissimo attimo, tutto il nero che fino a quell'attimo incombeva davanti a loro: decine di imbarcazioni avanzavano silenziosamente tra le onde verso la spiaggia!
Subito dopo le batterie costiere italiane aprirono anch'esse il fuoco ma quasi contemporaneamente, dal mare, decine, forse centinaia di lampi rossi si accesero lungo la linea sconfinata dell'orizzonte, seguiti da una serie di sibili. "Via da qui, porca puttana!!!", urlò Arena. D opo pochi secondi decine di proietti di grosso calibro, in rapida successione, uno più preciso dell'altro, cominciarono a cadere proprio lì , di fronte agli stupiti finanzieri.

Era successo che il comandante del CDXXIX° battaglione costiero italiano, il maggiore Arnaldo Rabellino, aveva segnalato al suo comando i primi mezzi da sbarco in direzione di Senia Ferrata: le artiglierie costiere subito entrate in azione avevano rivelato la loro posizione alle navi nemiche della Task Force 80 del Viceammiraglio Henry Hewitt, a bordo della nave comando AP-64 Monrovia, che avevano immediatamente risposto.
I due militari, inforcate in fretta e furia le biciclette, si fiondarono verso il loro comando, ma una granata esplosa poco lontano li fece cadere a terra: Vitale si rialzò, spaventato ma illeso, ma una scheggia aveva gravemente ferito Arena, che si lamentava penosamente. Il giovane appuntato lo sollevò con cautela e lo strinse a sé, cominciando a correre verso la città, con Arena che pure cercava di spingere sui piedi per non gravare troppo col suo peso.
Con l'affanno che gli mozzava il respiro, sporchi di pioggia, sangue e sabbia, i due finanzieri cercavano di ripararsi dietro le dune ed i fitti canneti, con la spiaggia sempre più incenerita dagli scoppi, mentre alle loro spalle li inseguivano centinaia di proiettili, creando vistosi sbuffi di sabbia sulla spiaggia resa compatta dalla pioggia battente: erano le mitragliatrici pesanti dei mezzi anfibi da sbarco per la fanteria LCI ( Landing Craft Infantry ) e per i carri LCT ( Landing Craft Tanks ), quelli che i due finanzieri avevano intravisto prima nel buio del mare.
Sotto i colpi del cacciatorpediniere Shubrick si spensero due proiettori delle difese costiere, uno dietro l'altro, e subito dopo saltò in aria la polveriera di Ospizio Marino.
Lo spostamento d'aria scagliò lontano i due finanzieri.
Arena restò incosciente a terra, coperto di sangue.
Vitale lo prese sulle spalle e cominciò a risalire la spiaggia, sotto le esplosioni che sembravano prenderli accuratamente di mira ad ogni passo, riuscendo a portarlo presso la casa di un conoscente, ormai in gravi condizioni, ed a sdraiarlo su un letto morbido.
Santo Arena sarebbe morto dopo sei giorni d'agonia senza più riprendere conoscenza, in una nave ospedale americana: come tradizione quando si muore in mare, le sue spoglie riposano ora da qualche parte in fondo al Mediterraneo.
Vitale invece sarebbe tornato a fare il suo dovere di soldato, scomparendo dalla Storia.
Uno di quei 650 finanzieri, spesso maturi padri di famiglia, che si sarebbero trovati a combattere loro malgrado in prima linea nei Posti di Osservazione Costiera (P.O.C.), nei Posti di Osservazione e Allarme (P.O.A.), nei Posti di Blocco Costiero (P.B.C.), suddivisi in unità di poche decine di uomini pomposamente chiamate brigate litoranee.
Mentre le fotoelettriche inondavano il mare ribollente di pioggia e di urla belluine, e l'aria, satura dei suoni e degli odori della battaglia, era solcata dai traccianti dell'una e dell'altra parte, i piccoli LCA ( Landing Craft Assault ) lunghi 13 metri, ognuno con 36 uomini armati di tutto punto più 4 d'equipaggio, si avvicinavano a riva protetti dalla nebbia artificiale, tra gli sbuffi dei proietti scagliati dalle batterie campali da 75/27 del XXI° gruppo C.K. della Guardia alla Frontiera del tenente colonnello Salvatore Lauritano: la 49° e la 330° tra Montelungo e la vicina Capo Soprano, alla periferia ovest della città, la 451° a Punta Zafaglione, alla foce del Fiume Dirillo, l'81° a Case Spinasanta e l'ultima, la 452°, a Punta Braccetto, impegnata contro le truppe anglo-canadesi contemporaneamente sbarcate a Pachino.
Gela era proprio al centro dell'area attaccata. Era sabato 10 luglio 1943 e gli orologi segnavano le 03,10 di notte. 
Era cominciata l'Operazione "Husky" : sarebbe passata alla Storia come lo Sbarco di Sicilia.

PRIMO ATTO L'ATTACCO ALL'ITALIA

1. L'ITALIA, "VENTRE MOLLE" DELL'ASSE







LA CONFERENZA DI CASABLANCA (14-24 GENNAIO 1943) L'idea di attaccare l'Italia era stata presa ormai molti mesi prima, in Marocco, nella Conferenza interalleata di Casablanca, tenutasi in quella città dal 14 al 24 gennaio 1943 tra il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, il premier britannico Winston Churchill ed il riottoso leader della Francia  Libera, il Generale Charles De Gaulle (giunto infatti solo il 22 gennaio dopo essersi fatto rappresentare dal Generale Henri Giraud, comandante delle truppe francesi in Africa e da sempre suo grande rivale). Totalmente dominato da Churchillil vertice aveva stabilito di imporre alle nazioni dell'Asse la resa senza condizioni, aveva deciso gli obiettivi dello sbarco (al contrario degli americani, che puntavano più ad uno sbarco nella Provenza francese, Churchill invece guardava proprio alla Sicilia, parte di quell'Italia ritenuta il "ventre molle" dell'Asse) ed infine aveva anche scelto i capi dell'azione, tutti inglesi tranne il comandante generale, Eisenhower, americano.

L'OPERAZIONE  "MINCEMEAT"
In una riunione tenutasi il 27 giugno con i rispettivi Stati Maggiori, il Generale italiano Alfredo Guzzoni, neo comandante della VI° armata italo-tedesca di Sicilia , ed il Generale tedesco Albert Kesserling, comandante delle truppe germaniche in Italia, avevano discusso delle prossime mosse da farsi in Sicilia.
A differenza degli italiani (e dello stesso Kesserling), Hitler si era infatti convinto che lo sbarco sarebbe avvenuto in Grecia, ingannato da una geniale operazione di disinformazione degli Alleati  chiamata in codice  "Mincemeat" , cioè   carne tritata, polpetta (v.  QUI ), ideata da uno sconosciuto capitano della  Naval Intelligence Division,  appartenente al  Combined Operation Command  alleato, tale Ewen Edward Samuel Montagu.


Montagu aveva fatto ritrovare il 30 aprile 1943 al largo di Cadice, in Spagna, il cadavere di un finto maggiore inglese, tale William Martin dei  Royal Marines , apparentemente morto per un incidente aereo, in realtà trasportato in incognito su un apposito contenitore piombato e poi rilasciato in favore di corrente da un sommergibile britannico, il Seraph (solo il comandante della nave Norman Limbury Aushinlek "Bill" Jewell e due altri ufficiali sapevano tutto).
Il cadavere in verità era quello di un 34enne gallese, Glyndwr Michael, morto suicida per avvelenamento da topicida, non rilevabile coi mezzi dell'epoca: la gendarmeria spagnola, presi in consegna i poveri resti, portati all'obitorio ormai in avanzato stato di decomposizione, trovò nella divisa un falso tesserino con la foto del finto maggiore, oltre a lettere inventate di sana pianta ed inviate al padre ed alla fidanzata Pam ed effetti personali creati  ad hoc , tra cui persino una lettera di sollecito della Lloyds Bank.
Soprattutto però vennero recuperate dalla cartelletta che il presunto ufficiale portava con sé, legata al polso con una catenina, due lettere assolutamente false, una del Vicecapo di Stato Maggiore Imperiale, il Generale Archibald "Archie" Nye, e l'altra addirittura dell'Ammiraglio Lord Louis Mountbatten in persona, capo dello stesso C.O.C., firmate veramente dai due altissimi personaggi, pienamente a conoscenza del falso, e indirizzate entrambe al Maresciallo Sir Harold Rupert Leofric George Alexander, Conte di Tunisi, capo del XVIII° gruppo di armate in Nord Africa (totalmente all'oscuro).
Le due lettere facevano chiaramente capire, per la colloquialità insieme falsissima e credibile, per i rapporti di amicizia notoriamente intercorrenti tra i personaggi, per le informazioni di cui potevano benissimo essere a conoscenza, per i toni adottati, per alcune corrette annotazioni sull'andamento della guerra, etc., come luogo designato per lo sbarco principale fosse il Peloponneso in Grecia, operazione designata proprio con il nome in codice di "Husky" , quello del tipico cane siberiano da slitta, per confondere ancor di più i tedeschi, e fossero previsti due sbarchi secondari di copertura sulle coste tirreniche siciliane ed in Sardegna, in codice  "Brimstone" (Zolfo).
Nella lettera di Mountbatten era altresì chiaramente spiegato come il falso maggiore Martin fosse destinato al Nord Africa, dove avrebbe dovuto collaborare con l'Ammiraglio Cunningham per la stesura dei piani per l'assalto alla "patria delle sardine". 
Ovviamente il servizio segreto spagnolo aveva passato le copie delle due lettere all'agente locale dell' Abwehr,  il servizio militare tedesco, Adolf Clauss, e da qui esse erano finite direttamente sulla scrivania del Fuhrer.
Ewen E. S.  Montagu Hitler ci era cascato in pieno ed aveva così disposto l'invio di ben 10 divisioni nei Balcani, di cui 5 aviotrasportate ed una corazzata, e ben 7 solo in Grecia, oltre ad una in Corsica ed un'altra in Sardegna, mentre interi stormi aerei tedeschi erano stati inviati dalla Sicilia nelle basi sarde: quando la macchina decrittatrice ULTRA del  Secret Service  britannico intercettò i messaggi in codice inviati il 12 maggio con la macchina ENIGMA dal servizio informazioni dell'esercito tedesco ( Wermacht-Fuhrungsstab ) a tutti i  comandi nel Mediterraneo con l'avvertimento a prepararsi a difendere Sardegna e Peloponneso da possibili sbarchi nemici il capitano Ewen Montagu capì di aver fatto bingo ( "Mincemeat swallowed, rod, line and sinker" , cioè "Polpetta inghiottita con canna, lenza e piombino", fu il messaggio in codice inviato a Churchill).
La Sicilia era ora quasi indifesa.
Il cadavere del finto maggiore William Martin, restituito solo il 13 maggio al viceconsole inglese di Huelva tra mille proteste per il ritardo, fu sepolto con tutti gli onori militari proprio a Huelva: la tomba, che ora nella lapide reca anche il nome del "vero" Glindwr Michael, è tuttora ospitata lì.

LA SCONFITTA DELL'ASSE IN AFRICA
L '11 maggio 1943 nel settore di Enfidaville  in Tunisia la V° armata corazzata tedesca di   Hans Jurgen von Arnim, l'ex Deutsches Afrika Korps ( tre divisioni corazzate, 10°, 15° e 21°, cui era stata aggregata dalla Francia la 1° corazzata "Hermann Goering", più la 90° e la 164° di fanteria leggera e la brigata paracadutisti Ramke), si era arresa  agli anglo-americani ed ai francesi, seguita solo alle  12,30 del 13 maggio  dalla  I° armata italiana di Giovanni Messe, generale dei bersaglieri, il migliore italiano della guerra,  già comandante del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (v.  QUI  e  QUI ).
Lottando fianco a fianco coi tedeschi il XXX° Corpo d'Armata di Vittorio Sogno (con la divisione corazzata "Centauro" del Conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, marito della primogenita di Vittorio Emanuele, Iolanda di Savoia, quella di fanteria "Superga" di Fernando Gelich, la 50° brigata speciale di Giovanni Imperiali ed il 1° reggimento di fanteria di marina "San Marco"), il XX° di Taddeo Orlando  (divisioni motorizzate "Trieste" di Francesco La Ferla e "Giovani Fascisti" di Nino Sozzani) ed il XXI° di Paolo Berardi (divisioni di fanteria "La Spezia" al comando di Gavino Pizzolato, caduto in combattimento, "Pistoia" di Giuseppe Falugi e Raggruppamento sahariano di Alberto Mannerini) avevano sconfitto ripetutamente a nord-ovest la I° armata britannica di Kenneth A.N. Anderson, il XIX° C.A. francese di Alphonse Juin   e   l'inesperto II° C.A. americano  dell'inetto Lloyd Fredendall, sostituito subito dopo il disastro di  Kesserine   da George Smith Patton Jr., prima di arretrare sulla linea del  Mareth sotto la spinta   da nord dei fanti della 1° e 3° divisione americane e dei corazzati del Combat Command B del colonnello P.M. Robinett della 1° corazzata ed infine cedere definitivamente all'attacco da est della sopravveniente VIII° armata britannica di Bernard Law Montgomery, vittoriosa ad El Alamein .


Giovanni Messe tra i suoi soldati Nonostante gli eroismi del 7° bersaglieri a  Sidi Bou Zid  (dove cadde falciato da una mitragliatrice americana il colonnello Luigi Bonfatti, comandante del 7°), del 5° bersaglieri e dei carristi della Centauro a El Guettar , dei carristi e del 66° fanteria della Trieste a  Mèdenine , del III° battaglione "Tobruch" del San Marco e del 5° e 10° bersaglieri allo  Uadi Akarit , dei resti del 5°, dell'8°, del 9° e del 10° bersaglieri ad Enfidaville , aggregati alla Giovani Fascisti, l'ultima divisione a mollare (l'unica del Regio Esercito composta interamente da volontari fascisti della G.I.L., la Gioventù Italiana del Littorio), Messe si era visto rifiutare ostentatamente l'Onore delle Armi.
Pu r circondato e senza speranze, non aveva quindi accettato di arrendersi  ad Henri Giroud,  ritenendo "disumano" il trattamento da lui  riservato ai prigionieri italiani, e solo dopo che Benito Mussolini il 12 maggio gli ebbe telegrafato "Cessate il combattimento. Siete nominato Maresciallo d'Italia. Onore a Voi ed ai Vostri prodi" si era presentato al Generale Bernard Cyril Freyberg della 2° divisione neozelandese dell'VIII° armata. 
Giovanni Messe sarebbe stato il prigioniero dal grado più alto catturato dagli Alleati nell'intero conflitto.

Il bollettino di guerra italiano n. 1083 del 13 maggio 1943 recitava:

"La I Armata italiana, cui è toccato l'onore dell'ultima resistenza dell'Asse in terra d'Africa, ha cessato per ordine del Duce il combattimento. Sottoposta all'azione concentrica ed ininterrotta di tutte le forze angloamericane terrestri ed aeree, esaurite le munizioni, priva ormai di ogni rifornimento, essa aveva ancora ieri validamente sostenuto, con il solo valore delle sue fanterie, l'urto nemico. E' così finita la battaglia africana durata, con tante alterne vicende, 35 mesi".

Mussolini, per una volta che i tedeschi si erano arresi per primi, ci aveva tenuto a farlo rimarcare, tuttavia con la resa di quelle truppe andavano perduti 250.000 veterani che sarebbero stati utili per la difesa dell'Europa.

2. I "BOMBARDAMENTI DI SATURAZIONE" SULL'ITALIA 

Da tempo l'Italia era finita nel raggio d'azione dei grossi quadrimotori alleati, gli Short Stirling, i De Havilland Halifax e gli Avro Lancaster della R.A.F. ( Royal Air Force ), attivi soprattutto sul nord, ed i B-17 Flying Fortress  ed i B-24 Liberator della U.S.A.A.F. ( United States Army Air Force ), attivi sul centro-sud partendo dalle basi algerine.
Tutto questo aveva imposto la riunificazione di tutte le forze aeree alleate nella N.A.A.F. ( Northwest African Air Force ), con aggregate anche la 9th   Air Force del Maggior Generale Lewis H. Brereton e la 12th Air Force del Maggior Generale James "Jim" Doolittle, ideatore e protagonista del famoso  Raid su Tokyo  del 18 aprile 1942 (v.  QUI ).
Posta alle dirette dipendenze del  Mediterranean Air Command  (M.A.C.) del Maresciallo dell'Aria Sir Arthur Travers Harris, la NAAF era stata affidata al Tenente Generale americano Carl Andrew  "Tooey"  Spaatz, e comprendeva, suddivise in vari sottocomandi territoriali:

-la  Strategical Air Force  (N.A.S.A.F.), assegnata proprio a Jim Doolittle, con i Wellington inglesi della RAF e canadesi della RCAF del 205th Bomber Group (Heavy) del Commodoro dell'Aria John H.T. Simpson, i B-17 Flying Fortress  ed i P-38 Lightning del  5th Bomber Wing (Heavy) del Brigadier Generale Joseph Atkinson, i B-17 ed i B-24 Liberator della 9th e   12th AF, i B-25 Mitchell ed i P-38 Lightning del 47th Bomber Wing (Medium) del Brigadier Generale Carlyle Ridenour ed i B-26 Marauder ed i P-40 Warhawks del 42nd Bomber Wing (Medium) del Brigadier Generale Robert M. Webster (v.  QUI ); 

-la  Tactical Air Force  (N.A.T.A.F.) del Maresciallo dell'Aria Sir Arthur "Mary" Coningham (che il 30 gennaio 1948 sarebbe scomparso nel nulla attraversando in volo il famoso Triangolo delle Bermude), con i bombardieri medi e leggeri della Tactical Bomber Force (T.B.F.) del Commodoro dell'Aria Sir Laurence Frank Sinclair, i caccia tattici del XII  Air Support Command  (A.S.C.) del Maggior Generale Henry Harvey "Hap" House e gli intercettori della  Desert Air Force  (D.A.F.) del Vice Maresciallo dell'Aria Sir Harry Broadhurst;

-la  Coastal Air Force  (N.A.C.A.F.) del Vice Maresciallo dell'Aria Sir Hugh Pughe Lloyd, deputata alla lotta antisommergibile ed antinave ed al soccorso in mare con due squadroni di idrovolanti Walrus dell' Air Sea Rescue della RAF;

-ed il Troop Carrier Command (T.C.C.)   del Brigadier Generale Paul Williams, adibito al trasporto, soprattutto con i Dakota C-47 americani del 51st e 52nd Troop Carrier Wing .

Era necessario conseguire la totale paralisi dei collegamenti tra il sud Italia, la Sardegna e la Sicilia, colpendo strade, porti, aeroporti, scali ferroviari, stabilimenti industriali, depositi di nafta, caserme
 (il termine tecnico usato di "bombardamenti di saturazione" era, nella sua asettica oggettività, tremendamente esplicito): furono inviati oltre 600 velivoli a Malta (compresi i famosi Hurricane e Spitfire, anche nella versione navale Seafire e da attacco al suolo  Spitbomber , i caccia pesanti bimotori notturni Beaufighter e Mosquito, i caccia tattici americani P-49 Airacobra e P-38 Lightning), e schierati in Africa tutti i velivoli disponibili, come i quadrimotori pesanti Halifax Mk. II del 462nd Bomber Squadron australiano della RAAF, capaci di trasportare fino a 5.897 chili di bombe (13.000 lb) e difesi da ben 9 mitragliere da 7,7 mm, basati in Libia a  Hosc Raui  e molto utilizzati soprattutto contro la povera Messina.

I TERRIBILI BOMBARDAMENTI SU BATTIPAGLIA
Da maggio tutta l'Italia meridionale venne sottoposta a numerosi bombardamenti "terroristici", tattica cara al Maresciallo dell'Aria Harris, che per i bombardamenti sulla Germania sarebbe stato soprannominato "Bomber Harris" o "Butcher Harris" , ed a farne le spese furono anche centri apparentemente insignificanti come Battipaglia (SA), che aveva il solo torto di trovarsi esattamente al centro del sistema viario su rotaia e su strada tra Napoli, Salerno e la Calabria, da tempo sotto attacco dei Wellington britannici: essa venne pertanto bombardata per ben due volte dai bimotori americani B-25 Mitchell, una prima volta il 21 giugnosenza danni alle infrastrutture ma con 55 vittime civili, e poi il successivo 30 giugno, con la distruzione completa di binari, vagoni e tonnellate di materiale bellico.


 North-American B-25 Mitchell Battipaglia ed il vicino aeroporto di Montecorvino sarebbero stati comunque attaccati fino a tutto il 14 settembre, quasi sempre dai caccia tattici americani P-47 Thunderbolt: esistono filmati assai drammatici girati dal regista William Wyler, quello di "Vacanze romane", per anni coperti da segreto militare ed ora in possesso anche della cineteca RAI, e diverse riprese sono visibili nel film bellico di propaganda del 1946 "Thunderbolt" (v.  QUI ), diretto dallo stesso Wyler e presentato da James Stewart, pluridecorato pilota di B-17 durante la guerra.
Battipaglia avrebbe sofferto ufficialmente 117 vittime, tanto da vedersi conferire dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi nel 2006 la medaglia d'argento al merito civile.

PALERMO CITTÀ MUTILATA*
Già il 23 giugno 1940 alcuni bombardieri francesi provenienti dall'Algeria avevano attaccato il porto di Palermo, colpendo il solo centro abitato con la conseguente morte di 25 civili.
In tutto il 1941 la città aveva subito altri 11 bombardamenti, dai bombardieri britannici provenienti da Malta, ma nel 1942, quando Malta stessa era continuamente visitata dai bombardieri nostri e tedeschi, le incursioni aeree erano drasticamente calate a 3, anche se tra agosto e dicembre formazioni alleate sempre più grosse cominciarono a sorvolarla lanciando volantini minacciosi, nel segno della più subdola guerra psicologica (v.  QUI ).
L'anno della svolta fu il 1943: nella notte del 2 gennaio i Wellington del 205° BG sganciarono bengala e bombe dirompenti sul porto e le zone limitrofe, colpendo  alcune case in Corso dei Mille e Frazione Guarnaschelli,  con 6 morti e 4 feriti, mentre il giorno 7 un totale di 10 B-24 D Liberator dei BS 93°, identificativo radio  "The travelling Circus" , 98° "Force of Freedom"  e 376° "Liberandos"  della 9° AF, mostri quadrimotori di 28 metri di lunghezza e 34 di apertura alare capaci di portare 3.600 chili di bombe, decollati dall'aeroporto egiziano di Fayid al comando del capitano M.T. Fennell con bombe di 1.000 libbre (453,6 Kg), sbucarono a sorpresa tra le 16,25 e le 17,10 sulla città  coperta da una spessa coltre di nubi e dopo aver costeggiato il Monte Pellegrino dal mare riuscirono indisturbati (scambiati dalla FlaK per connazionali FW 200 Kondor) ad affondare il cacciatorpediniere Bersagliere di 2.300 tonnellate, centrato da due bombe sulla dritta e rovesciatosi in soli 9 minuti, con 13 morti a bordo (compreso il comandante, capitano di fregata Anselmo Lazzarini), a danneggiarne altri tre (con un morto a bordo del caccia Antonio Da Noli) ed a colpire anche il centro storico, con un totale di 139 morti e 329 feriti.

Wellington, B-17 e B-24 ritornarono a colpire  il porto, il Borgo vecchio, Piazza Magione, Corso dei Mille, il centro storico, i cantieri navali, l'aeroporto di Boccadifalco, Mondello, Villabate e San Lorenzo il 23 gennaio e poi il 3, il 5, il 15, il 20 ed il 22 febbraio, con un totale di 324 morti e 297 feriti, e poi ancora a marzo, il giorno 1, il 3, l'8 e l'11, colpendo ancora il porto ma anche il portico meridionale della Cattedrale, l'Albergo delle Povere di Corso Calatafimi, il complesso monumentale dei Cappuccini nel quartiere Zisa.
Ancora, il 22 marzo, altri 22 B-17 della 12° AF, ognuno con 12 bombe da 227 chili, fecero saltare in aria alle 15,45 la nave portamunizioni Volta, devastando tutto in un raggio di 700 metri anche per le tantissime schegge che vagavano impazzite nell'atmosfera (il fusto di una delle due ancore della Volta, del peso di circa 600 chili, ora esposto nella caserma Caramanna dei Vigili del Fuoco, sfondò il tetto della Banca d'Italia in Via Cavour!): il fumo dell'enorme esplosione, sentita a chilometri di distanza, salì fino ad oltre 4.000 metri di altezza, oscurando l'intero cielo, ed alla fine vi furono 24 morti tra gli operai della compagnia portuale, annegati dopo che l'acqua sollevata da uno degli scoppi aveva allagato il rifugio antiaereo sul molo nel quale erano andati a ripararsi, e nell'abitato altri 38, con 183 feriti.
Ma le incursioni continuavano, anche con bombe incendiarie ed al fosforo: ad aprile ce ne furono ben sette (il 4, il 5, il 7, il 10, il 12, il 15, il 16, il 17 ed il 18), con obiettivi ancora il porto, ormai praticamente raso al suolo, l'aeroporto Boccadifalco, il centro storico nei mandamenti Tribunali e Castellamare, ma anche la periferia, il Foro Italico ed il quartiere Brancaccio, per un totale di 44 vittime.
Fu a questo punto che il Regime decise di dare alla città il simbolico riconoscimento di "Città mutilata", con la consegna pubblica in Piazza Bologni al podestà Francesco Sofia di una medaglia in una data decisamente non banale, il 9 maggio 1943: la "Giornata dell'Impero".

IL BOMBARDAMENTO A TAPPETO SU PALERMO DEL 9 MAGGIO 1943*
Mussolini intendeva dare a quella cerimonia un forte impatto propagandistico, per cui gli Alleati volevano volgere quell'avvenimento a loro favore e dare un ulteriore colpo all'onda emotiva che già cominciava a serpeggiare in Italia contro il Fascismo (iniziavano ad esserci i primi scioperi, le prime manifestazioni di dissenso, ed aumentavano i sabotaggi nelle fabbriche): fu così che la mattina di quel 9 maggio Radio Londra, che tutti in Italia ascoltavano, avvisò la popolazione di non partecipare alla cerimonia ed anzi se possibile di evacuare la città.
L'avvertimento non era senza significato.

Due  Lookheed P-38 Lightning sui cieli siciliani Un'incursione dei caccia tattici bimotori Lightning del 1° Fighter Group "Aut vincere aut mori"  del maggiore Joseph Peddie su Boccadifalco fu il preludio del terrificante bombardamento.
Presentatisi da est intorno alle 11,00 sull'obiettivo dopo aver evitato Capo Zafferano (dov'era posizionata una forte difesa antiaerea), i Lightning sorpresero a terra 70 caccia italiani distruggendoli tutti, inibendo così ogni possibilità di difesa.
Subito dopo, a partire dalle 12,35 si presentarono sulla sventurata capitale siciliana con la scorta di circa altri 150 Lightning ben 211 tra bimotori B-25 C Mitchell e B-26 B Marauder della NASAF, ognuno con 1.360 chili di carico bellico, e quadrimotori B-17 della 9° AF, più piccoli e con meno autonomia dei B-24 ma proprio per questo capaci di trasportare il doppio del carico bellico, ben 7.800 chili,  che sganciarono da alta quota, per evitare la contraerea, un totale di 1.114 bombe da 500 libbre (227 chili).
Al termine della prima, pesantissima ondata, altri 90 bombardieri medi scortati da altri 60 Lightning  lanciarono su Palermo altre 456 bombe da 300 libbre (136 chili). 
Infine, con la città ormai prostrata dalle distruzioni, quella stessa sera completarono l'opera 23 bombardieri bimotori Wellington inglesi, capaci di trasportare fino a  4.500 libbre di carico bellico (2.041 chili), sganciando altre 76 bombe, tra cui alcune al fosforo e persino due ad alto potenziale da 1.800 chili addirittura, capaci di distruggere intere aree residenziali!
Fu il primo bombardamento a tappeto  in Italia e Palermo venne distrutta per il 90%, guadagnandosi la Medaglia d'Oro al Valore Militare come Genova e Torino (v. QUI ), e nonostante il bilancio finale ufficiale in vite umane fosse codificato in 373 vittime esse furono in realtà molte di più, tra le 800 e le 1.500, con migliaia di feriti e di sfollati.

*   https://ninobadalamenti.wordpress.com/2014/05/09/palermo-9-maggio-1943/

LA SICILIA BRUCIA
Solo nel mese di maggio si verificarono 43 incursioni a Palermo, 45 a Catania e 32 a Messina (v.  QUI ), ma Palermo e Boccadifalco vennero pesantemente bombardate dai B-17 della 9° AF anche il 12, il 15, il 27 ed il 30 giugno, e tormentate anche con "semplici" azioni di strafing (mitragliamento) e spezzonamento da parte dei P-38 Lightning, dagli Spitbomber e degli A-36 Apache, che colpirono anche tutte le altre basi ed idroscali dell'isola.
Una "fortezza volante"Boeing B-17 Tra il 6 ed il 30 giugno i bombardamenti si concentrarono su Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Messina, con obiettivo gli scali dei traghetti, le rotaie ed i trasporti ferroviari, i porti, gli aeroporti,  ad opera di imponenti formazioni di quadrimotori B-17 e B-24 americani ed Halifax australiani, oltre che dei Wellington britannici del 38° BS del M.E.A.C.- Middle  East Air Command  del Maresciallo dell'Aria Sir Sholto Douglas .


Un Consolidated B 24 Liberator   Messina sarebbe stata letteralmente spianata al suolo, con centinaia di morti e feriti tra la popolazione e lo sfollamento di quasi tutta la cittadinanza verso le campagne e le alture dell'interno, tanto che tra i piloti alleati si sarebbe diffusa l'espressione  "Messina in a mess"  (Messina nei guai).
Catania ed il suo sistema di aeroporti furono presi particolarmente di mira tra il 9 ed il 13 giugno, con una sessantina di vittime, dai B-17 e dai B-24 americani, ma anche Siracusa, più volte bombardata dagli inglesi sin dal 1941 e duramente colpita anche il 27 febbraio precedente in Borgata Santa Lucia da 3 caccia tattici americani, con 56 morti (molti erano purtroppo bambini presenti ad una manifestazione ginnica nel prospiciente stadio cittadino), venne attaccata il 18 giugno dai Wellington inglesi e due giorni dopo ancora dai cacciabombardieri americani.
Tutte le città costiere siciliane vennero dichiarate dal governo "zone di guerra", con l'ordine per chi vi abitava di sfollare entro tre settimane.

3. LA GRANDE BATTAGLIA AEREA DEL  5 LUGLIO 1943


Franco Lucchini Il 2 luglio iniziò l'offensiva finale contro la caccia italo-tedesca, con un pesantissimo attacco dei B-24 americani sulla Puglia (la povera Foggia, strategico nodo ferroviario circondato da 30 aeroporti, il 18 settembre era distrutta per il 90%, con 21.000 vittime complessive!), seguito il 3 da uno su Sicilia Occidentale e Sardegna, il 4 sulla Sicilia Orientale ed infine il 5 sul sistema aeroportuale catanese, messo talmente in difficoltà che il 7 luglio sarebbe venuto clamorosamente a mancare tutto il munizionamento antiaereo da 90/53!
In quei giorni, "prodighi di sè stessi fino alle estreme possibilità", avrebbe detto Guzzoni, i piloti italiani effettuarono ben 212 sortite il 4 luglio, 165 il 5 e 95 il 6 luglio, abbattendo 53 aerei nemici al prezzo di soli 15 nostri (93 ne avrebbe distrutti la Luftwaffe ).
Proprio in uno di quei giorni caddero due dei nostri più grandi assi, tutti e due dell'84° squadriglia del 10° gruppo "Francesco Baracca" del 4° stormo C.T. (Caccia Terrestre) di Gerbini, il famoso "Cavallino rampante"il capitano Franco Lucchini di Roma (26 abbattimenti individuali confermati includendo la guerra di Spagna, 52 condivisi con altri), comandante del 10° (v.  QUI ), ed il sottotenente Leonardo Ferrulli di Brindisi (22 abbattimenti individuali e 10 condivisi).

Quando il 5 luglio 1943 vennero avvistate ben 900 fortezze volanti scortate da altrettanti caccia in direzione dell'Italia meridionale, tutti i nostri caccia disponibili vennero allertati, tra cui proprio i 13 del 10° gruppo, con l'ordine di intercettare una formazione di 52 B-17 degli squadroni 346, 347, 348 e 416 del 99° BG della 12° AF (colonnello Faye R. Upthegrove) che si stavano dirigendo proprio verso di loro scortati da decine di Spitfire IX del 73° e del 243° squadrone della RAF.
Decollati alle 10,25 dalla pista satellite di San Salvatore i piloti del 10° gruppo (i 7 della 84° squadriglia, con i Folgore di Lucchini, dei sottotenenti Francesco Palma ed Enzo Dall'Asta e del capitano Luigi Giannella, i Veltro del tenente Alessandro Mettimano, caposquadriglia, del sergente maggiore Piero Buttazzi e del sergente Livio Barbera; i 3 Folgore della 90°, con il tenente Luigi Cima, caposquadriglia, il maresciallo Massimo Salvatore ed il sergente maggiore Giambattista Ceoletta, ed i 3 della 91°, con il caposquadriglia tenente Mario Mecatti ed i sottotenenti Giovanni Silvestri ed Elio Miotto) si diressero contro le fortezze volanti americane.
Insieme con loro c'erano quelli del 9° gruppo "Gamba di ferro" di Sigonella guidati dal capitano Giulio Reiner (73°, 96° e 97° squadriglia), per un totale di 27 tra Macchi 202 Folgore e nuovissimi Macchi 205 Veltro, cui si aggiunsero in quota i Messerschmitt Me 109 G Gustav delle squadriglie 363°, 364° e 365° del 150° gruppo autonomo "Gigi Tre Osei" di Sciacca, al comando del tenente colonnello Antonio Vizzotto.

I piloti italiani, intercettato il nemico nei pressi di Ragusa a 23.000 piedi d'altezza, poco più di 7.000 metri, si lanciarono subito sui bombardieri trascurando volutamente i caccia di scorta: Lucchini, Giannella, Mettimano, Dall'Asta e Buttazzi dell'84° danneggiarono visibilmente tre B-17, il maresciallo Salvatore della 90° ed il tenente Vittorio Squarcia della 73° ne abbatterono due in condivisione con dei Me 109, mentre il capitano Reiner e lo stesso Salvatore, il sergente Ettore Chimeri ed il sergente Bruno Biagini della 73°, Cima e Ceoletta della 90° ed il tenente Mecatti della 91° ne abbatterono uno a testa, ed ancora Mecatti danneggiò pure uno Spitfire mentre Lucchini ne abbattè a sua volta un altro.


Lucchini sul suo M 202 Folgore Alle 11,55 i caccia italiani erano di ritorno, ma ne mancava uno: era proprio quello di Lucchini!
Il sottotenente Dell'Asta l'aveva visto attaccare nuovamente i bombardieri e poi cadere all'improvviso, col tettuccio chiuso, probabilmente colpito proprio dal poderoso fuoco difensivo di quei mostri, armati di ben 13 mitragliere Browning M 2 cal. 50 (12,7 mm) ad alta cadenza di tiro, pochi chilometri ad est di Catania.
Proprio lui si recò con una macchina del gruppo sul posto dell'abbattimento, ma dovette tornare indietro perché era in corso un bombardamento.
Solo due giorni dopo sarebbero stati individuati i rottami dell'aereo: tra le lamiere accartocciate e fumiganti del Folgore venne però recuperata solo una parte della mano sinistra dello sfortunato ufficiale, tanto che il riconoscimento fu reso possibile solo dalla fede nuziale portata al dito. 
Solo nel 1952, nove anni dopo la sua morte, a Lucchini sarebbe stata concessa postuma la medaglia d'oro, che si sarebbe aggiunta alle precedenti cinque d'argento, una di bronzo, alle tre croci di guerra ed alla croce di ferro di seconda classe conferitagli dai tedeschi.
Ora i suoi pochi resti riposano presso il Sacrario dell'Aeronautica Militare al Verano (Roma).
Il capitano Franco Lucchini sarebbe stato citato nel bollettino di guerra n. 1137 del 6 luglio 1943 insieme con quello di altri cinque piloti del 4° stormo (il capitano Raniero Piccolomini Clementini Adami di Siena, caposquadriglia della 90°, che gli sarebbe succeduto al comando del gruppo, il capitano Luigi Giannella di Barletta ed i tenenti Vittorino Daffara di Milano, Alvaro Querci di Lucca e Mario Mecatti di Perugia).

Ma quella non fu l'unica missione del 4° stormo in quella giornata: sin dalle 07,15 era partita la primissima missione di ricognizione sul mare da parte del tenente Giorgio Bertolaso (padre del famoso Guido) e del sergente Ambrogio Rusconi della 91° squadriglia; subito dopo tra un bombardamento e l'altro sulle loro basi a decollare alle 11,55 erano stati il tenente Daffara, il tenente Lamberto Martelli, il tenente Giuseppe Ferrazzani ed un quarto sconosciuto della 91°, poi alle 13,00 toccava al tenente Renato Baroni della 90°, alle 13,25 prima a 3 Folgore e 2 Veltro dell'84° (il capitano Giannella, il sergente maggiore Corrado Patrizi, il sergente maggiore Mario Veronesi, il tenente Mettimano, il sergente maggiore Buttazzi), subito dopo a uno della 90°, il sottotenente Sforza Libera, a uno della 73°, il tenente Squarcia, ed uno della 91°, ancora il tenente Martelli.
Tra le 14,15 e le 14,20 partivano altri 3 Folgore della 91° (tenente Bertolaso, sottotenente Leonardo Ferrulli e sergente Giulio Fornalè), alle 15,35 il Folgore di Giannella ed il Veltro di Buttazzi, alle 17,00 altri due Macchi, uno dell'84°, quello del maresciallo Salvatore, ed uno della 90°, quello del tenente Fabio Clauser, alle 17,35 un altro Folgore non identificato ed il Veltro del sottotenente Ugo Picchiottini, ed infine alle 20,00 ancora Clauser, con un pattugliamento di 15 minuti sopra la base di San Salvatore, senza esito.
Basta fare un conto rapido sui dati visti sopra: il solo 5 luglio 1943 furono impegnati almeno 30 piloti del 4°stormo (forse 32) in almeno 41 sortite individuali, di sicuro 3 effettuate da Giannella e Buttazzi, 2 da Bertolaso, Martelli, Mettimano, Clauser, Salvatore, Squarcia, una da altri 22 uomini, il tutto in sole 13 ore, mettendo in mezzo rifornimento, riarmo, un minimo di riposo e di ristoro.
Un ritmo alla lunga insostenibile...

Bertolaso danneggiò quattro quadrimotori, Daffara abbattè un P-38 Lightning e danneggiò due quadrimotori e due Spitfire, Fornalè danneggiò lievemente un altro bombardiere, ma soprattutto gli 8 Macchi delle 13,25 si scontrarono sui cieli di Gela, Enna e Caltagirone, insieme con altri velivoli italo-tedeschi, contro ben 70 B-17 di ritorno da Catania scortati da 30 P-38 Lightning dei FS 95°, 96° e 97° dell'82° FG dell'USAAF (colonnello John Weltman) e da 20 Spitfire del 126° e del 1435° FS della RAF: Martelli, Patrizi, Squarcia e Mettimano danneggiarono alcuni bombardieri; Giannella, Veronesi, Sforza Libera ed ancora Mettimano abbatterono ognuno un Lightning (Mettimano anche un altro probabile, come Patrizi), anche se dal canto loro i Lightning, avrebbero comunicato 5 nemici abbattuti: il primo tenente Gerald Lynn Rounds ed il secondo tenente Russell C. Williams del 97° un Me 109 ciascuno, il primo tenente William Judson Sloan del 96° un altro Me 109 ed un Reggiane Re. 2001, il secondo tenente James V. O'Brien dello stesso squadrone un altro Re. 2001.

Leonardo Ferrulli Proprio durante questo scontro caddero però altri due piloti italiani.
Uno fu il sottotenente Sforza Libera della 90° squadriglia, nativo di Busseto (PR), alla sua prima missione di guerra, che venne attaccato da 4 Lightning sul cielo di Comiso e precipitò dopo averne abbattuto uno, con il compagno Squarcia che invece riuscì a tornare incolume alla base intorno alle 14,20 dopo essersi difeso contro i 3 inseguitori sparando un totale di 185 colpi.
L'altro fu appunto il sottotenente Leonardo Ferrulli dell'84°, di Brindisi, che dopo aver abbattuto un B-17 (con tre uomini dell'equipaggio che riuscirono a lanciarsi col paracadute) ed un Lightning venne colpito nei pressi di Scordia da uno Spitfire, non si sa se quello del Pilot Officer Chandler (JK 139/V-X) o del Flight Sergeant F. K. Halcombe (JK 368/V-J) del 1435° FS della RAF: poteva salvarsi, ma prima di lanciarsi col paracadute manovrò per evitare che il suo aereo, privo di un'ala, si schiantasse contro le case civili, e quando lo fece era ormai troppo tardi.
La sua salma venne frettolosamente composta nella Casa del Fascio di Scordia: anche a lui venne attribuita la medaglia d'oro alla memoria, che andò ad aggiungersi alle tre d'argento guadagnate in vita.
Vennero abbattuti anche il sergente maggiore Corrado Patrizi (sicuramente dallo Spitfire JK 611/MK-M del  Flying Officer  Geoff White del 126° FS) ed il sergente maggiore Veronesi dell'84°, ma sarebbero riusciti a salvarsi, il primo lanciandosi col paracadute, il secondo con un atterraggio di emergenza.

Quella giornata avrebbero partecipato a tutti gli scontri sui cieli anche circa un centinaio di Me 109 G tedeschi del I°- II°- III°/JG 53 "Pik As" (Asso di picche) di Comiso e del I°-II°/JG 77  "Herz As"  (Asso di cuori) di Sciacca, che sostennero di aver abbattuto 12 bombardieri al prezzo di 4 dei loro, tra cui l'aereo del maggiore Johannes Steinhoff, comandante del JG 77.
Il 99° BG dal canto suo avrebbe ammesso l'abbattimento di tre suoi B-17 del 348° BS (42-29486, 42-29483, 42-29492) ed un membro dell'equipaggio di un bombardiere abbattuto sarebbe stato portato prigioniero a San Salvatore.
Gli Spitfire avrebbero rivendicato due Gustav danneggiati, i bombardieri addirittura l'abbattimento di ben 45 caccia nemici!
Al 9 luglio, 7 dei 12 campi di Gerbini risultavano devastati da 1.400 tonnellate di bombe, così come Comiso e Boccadifalco, Castelvetrano era totalmente inutilizzabile e Milo e Sciacca solo parzialmente efficienti, con 220 nostri velivoli distrutti al suolo (104 nel solo giorno 5).
Dal 10 luglio al 17 agosto i nostri caccia avrebbero fatto in condizioni sempre peggiori oltre 650 missioni, quelli del 4° stormo fino a 6 al giorno.

4. LE FORZE IN CAMPO 
L'IMPONENZA DELLE FORZE ALLEATE
Sulle coste della Sicilia si stavano fiondando circa 3.000 navi da trasporto e da sbarco, 280 da guerra ed oltre 1.800 mezzi anfibi, con una prima ondata di  ben 600 carri armati, 14.000 automezzi, 1.800 cannoni e 3.462 aerei, di cui 2.510 efficienti ed impiegabili  sin dal primo momento .
Montgomery parla coi carristi canadesi dell'11° Ontario Erano in arrivo la sperimentata VIII° armata britannica del Generale irlandese Bernard Law Montgomery, "Monty" , Visconte di El Alamein , la focosa VII° armata statunitense del Tenente Generale californiano George Smith Patton Jr., erede del II° C.A. impegnato in Tunisia, con circa 181.000 uomini (115.000 britannici, tra cui ben 23.000 canadesi al loro primo impiego in così larga scala, e 66.000 americani), destinati alla fine a diventare 478.000 (250.000 britannici e 228.000 americani). 
Dovevano sbarcare i britannici a est, gli americani a ovest di Capo Passero sulla cuspide meridionale dell'isolalungo un fronte continuativo di circa 170 chilometri, con Gela esattamente nel mezzo.
A capo delle due forze navali erano rispettivamente, per i britannici l'Ammiraglio Sir Bertram Ramsay, per gli americani il Vice Ammiraglio Henry Kent Hewitt, mentre le forze aeree erano guidate per i primi dal Vice Maresciallo dell'Aria Sir Harry Broadhurst e per i secondi dal Maggior Generale Henry Harvey "Hap" House.

L'APPARENZA DEI NUMERI CONTRO LA REALTÀ DELLE COSE
Patton sulla spiaggia di Gela Alle truppe alleate si contrapponevano direttamente circa 180.000 soldati italiani e 28.000 tedeschi, con altri 57.000 italiani adibiti ai servizi e circa 30.000 tedeschi della FlaK antiaerea, della sussistenza e dell'amministrazione.
Il totale faceva più o meno 295.000 italo-tedeschi contro 247.000 anglo-americani, ma in realtà tra le due forze c'era un abisso sotto tutti i profili.
Le fanterie americane, interamente motorizzate (un'enorme impressione facevano quegli strani autocarri anfibi a 6 ruote che uscivano dal mare e subito correvano sulle strade, i DUKW...), erano tutte equipaggiate con armi semiautomatiche o automatiche, dagli ottimi fucili a ripetizione Garand ai mitragliatori individuali Thompson ed alle mitragliatrici di squadra B.A.R., Browning Automatic Rifles M. 1918, utilizzabili anche come armi individuali, per non parlare dei formidabili lanciarazzi spalleggiabili anticarro Bazooka,  letali, leggeri, agili e precisi al tempo stesso, con una gittata fino a 700 metri di distanza (ma utile di 200). 
Gli anglo-canadesi, anch'essi fortemente motorizzati, disponevano dei datati ma affidabili fucili ad otturatore girevole-scorrevole Lee Enfield Mk. I e II, coevi e più o meno equivalenti ai simili Mod. 91 nostri e Mauser  Karabine  K98k tedeschi e inferiori ai semiautomatici tedeschi Walther  Gewehr  G 41/43, e facevano largo uso dei rustici, economici e affidabili mitra Sten, superiori nel combattimento ravvicinato ai nostri MAB 38 ma largamente inferiori ai tedeschi  Machinenpistole  Mp 40; come mitragliatrice di reparto usavano l'affidabile e preciso Bren, derivato dall'ottimo BRNO cecoslovacco e superiore alla nostra Breda 30 ma inferiore alle tedesche MG 34 ed MG 42, soprannominate "le motoseghe di Hitler" per la loro altissima cadenza di tiro, più del doppio degli altri (1.200 colpi al minuto).
I tedeschi avevano sviluppato un'arma assai simile al Bazooka , il  Panzerschrek , di calibro superiore (88 e non 60 mm) ma con gittata massima minore, di 150 metri, e maggiore ingombro, ed il  Panzerfaust , che però era un cannone spalleggiabile senza rinculo, che usava un'efficace granata a carica cava, penalizzato dalla brevissima gittata utile (non più di 60 metri) e dal fatto di essere monouso, mentre i britannici preferivano il potente ma più pesante PIAT ( Projector Infantry Anti Tank , proiettore anticarro di fanteria), un lanciabombe affine al mortaio tipo  "spigot" , che scagliava ad una distanza utile da 100 a 300 metri granate opportunamente sagomate di calibro superiore a quello del lanciatore.

Niente di simile aveva il Regio Esercito, che per gli stessi scopi utilizzava, anche in buona quantità (di norma 6 pezzi a battaglione), il fucile anticarro semiautomatico svizzero a corto rinculo  Solothurn  S-18/1000 da 20 mm (spesso armamento principale a bordo delle camionette FIAT-SPA AS-42 "Sahariane" e dei carri leggeri L3/35): arma affidabile e precisa, con una gittata utile di ben 500 metri, ma ormai poco efficace contro le maggiori corazzature moderne e soprattutto pesante ed assai ingombrante, perché a spalla andava trasportata su due blocchi, la canna che era sui 20,5 chili ed il separato castello di 30, mentre per il trasporto su ruote erano da aggiungere i 30 chili del carrellino (utilizzabile anche come cavalletto per il tiro), che con le due cassette di munizioni faceva un totale di 127 chili!!!

Quanto alle armi pesanti ed alle artiglierie, poi, i reggimenti americani disponevano di cannoni controcarro di ultima generazione da 37 mm, capaci di sparare 25 colpi al minuto fino a 11.500 metri di distanza, di mortai M 30 a canna rigata da 107 mm, di maneggevolissimi obici da 105 con una cadenza di 4 colpi al minuto e 11.300 metri di gittata, di obici da 155 con una cadenza di 2 colpi al minuto e gittata di 14.500 metri e persino dei grossi cannoni "Long Tom"  M 1 da 155, utilizzabili anche su terreni assai accidentati, che potevano scagliare un proietto al minuto di 43 chili di peso sino a ben 23.500 metri di distanza!

LE ARMI A DISPOSIZIONE DEL REGIO ESERCITO
Di fronte a tutto questo Roma poteva contrapporre ben poco.
Per lo più appiedati ed armati col fucile ad otturatore scorrevole-girevole cal. 6,5 mm Mannlicher-Carcano Mod. 91, famoso per essere stato quello usato da Lee Harvey Oswald per uccidere John Fitzgerald Kennedy, gli italiani disponevano di pochi fucili mitragliatori, i celebri Moschetti Automatici Beretta MAB Mod. 38, e si dovevano arrangiare con poche centinaia di mitragliatrici di reparto: come armi di squadra c'erano le Breda 30 delle compagnie fucilieri, poco potenti per il calibro 6,5 mm (assai simile a quello del 91, il che portava in molti casi anche a confondere le due munizioni con esiti indesiderati), oltre che facili ad incepparsi perché la loro sofisticata e delicatissima meccanica necessitava di un peculiare sistema di lubrificazione delle munizioni talmente macchinoso da comprometterne anche la cadenza di tiro; come armi pesanti di accompagnamento c'erano le affidabili FIAT-Revelli 14/35,  un'evoluzione più potente in calibro 8 mm dell'arma da 6,5 della prima guerra, usate dalle fanterie e nella difesa di punto delle postazioni fisse, e soprattutto le ottime Breda 37, in uso alle compagnie mitraglieri, anch'esse in 8 mm e munite di treppiede come le precedenti, robuste, affidabili e precise, con una gittata fino a oltre 5.000 metri, ma piuttosto pesanti e dal grosso ingombro.