Primavera Sound Festival 2015 – Premiazioni

Il Primavera Sound Festival, giunto alla sua quindicesima edizione quest’anno, ha saputo dimostrare di essere invecchiato assai bene. Ci sono delle considerazioni di carattere generale che vanno affrontate prima che io inizi ad assegnare i premi che assegno di consueto. Prima considerazione: nei prossimi anni vedremo un festival spostarsi sempre di più verso il clubbing e verso le sue dinamiche e esigenze. Questo non è necessariamente un male e non è necessariamente un bene, si tratta semplicemente di un dato di fatto al quale dovremo abituarci se vorremo avere a che fare con il festival a cuor sereno in futuro, senza fraintendimenti sul tipo di festival a cui andremo. Un po’ di musica da club è sempre stata presente al Primavera. Nell’edizione di quest’anno mi è sembrato, però, di poter individuare una sorta di percorso parallelo, una specie di festival nel festival, con i suoi spazi appositamente dedicati e con una sua vita propria. Un palco intero, coperto da un tendone, con i suoi ottimi visual e quasi interamente dedicato alla musica da discoteca era un qualcosa che non mi aspettavo di trovare al Primavera e che ho invece trovato.

Seconda considerazione: la nuova disposizione dei palchi ha dei vantaggi che sono innegabili, ma ha anche degli svantaggi enormi. Partiamo dall’area dove si trovava il vecchio palco ATP, trasformata ormai da tre anni in area silenzio. Pur essendo stato, in passato, molto legato al vecchio ATP per svariati motivi, devo ammettere che il luogo è strategico per uno spazio silenzio. Che poi spazio silenzio significa, almeno per me, spazio dove vado a fumarmi una cannetta al tramonto riposando le orecchie e guardando le barche a vela. Le barche a vela. Ho passato una mezz’ora intensissima a guardare una barca, una barca che ci guardava, e a pensare a questa cosa meravigliosa: io avrei voluto essere su quella barca, e il tizio su quella barca avrebbe voluto essere sulle scale del vecchio ATP. Eravamo uno spettacolo reciproco. Sotto al vecchio ATP, il palco H&M. Un palco che ha fondamentalmente le stesse funzioni dello spazio silenzio, senza il silenzio, ma con in più quella che io ho battezzato la spianata Grateful Dead, un luogo dal quale guardare ancora più da vicino le barche a vela e fare considerazioni di natura olistica. L’idea di avere due palchi principali (l’Heineken e il Primavera) e di averli separati dal resto del festival è un’idea che non mi ha convinto. Il vecchio San Miguel, quello con la collina, poteva creare dei problemi negli spostamenti, poteva non essere in grado di reggere un flusso troppo importante di persone, ma era uno spettacolo da vedere strapieno. L’Heineken e il Primavera svolgono la funzione di enormi recinti dove ammassare la gente per i concerti degli headliner, con enormi svantaggi per la fruizione del concerto. Sì, sei al concerto, sì, senti la gente suonare, ma non riesci a trovare un punto strategico per godere pienamente dell’esperienza. Ho visto i Replacements al Primavera e Patti Smith all’Heineken e in entrambi i casi ho pensato che avrei preferito vederli al vecchio San Miguel (che è il nuovo ATP). Mi rendo conto del vantaggio di avere i due palchi principali separati dal resto del festival solo nella giornata di Sabato, il giorno degli Strokes, quando da una certa ora in poi il resto del Festival diventa un luogo delizioso in cui ci si può muovere e respirare. L’idea che sta alla base di questa nuova disposizione è separare il pubblico giunto per gli headliner dal pubblico del Festival, soprattutto nell’ultima giornata, giornata storicamente dedicata agli artisti di cartello. Una sorta di settarismo interno al Festival che mi ha reso la vita più facile, ma che deve aver reso la vita impossibile a quelli che magari volevano andare a vedere un paio di pezzi degli Strokes per poi andare a sentire, che ne so, gli Earthless all’Adidas, che è dall’altra parte del Festival.

Terza considerazione: più organizzazione non significa necessariamente miglior organizzazione. Troppi buttafuori incarogniti, troppe guardie giurate, troppi controlli agli zaini. Il parossismo lo si raggiunge se si deve andare all’Auditorium: nel giro di pochi metri ti controllano lo zaino tre volte e molta gente scopre che quello che va bene per il resto del festival, non va bene per l’Auditorium. Pile di mele e banane e panini e bottiglie d’acqua ammassate all’ingresso dell’Auditorium mentre io e i miei tre grammi di Marijuana entriamo levandoci gli occhiali da sole.

Le considerazioni son finite, anche se avrei altro da dire, posso passare alle premiazioni.

PREMIO VECCHIA GUARDIA: The Replacements

Nonostante i baretti della RedBull con musica da aperitivo sui navigli, questo è un festival di musica rock, e i ragazzi fanno di tutto per ricordarlo a tutti. Grandi, un tiro pazzesco. Riescono anche a infilare una citazione dell’hendrixiana Third Stone From the Sun e a proporre una cover di Maybelline di Chuck Berry.

PREMIO OVERTNESS: Patti Smith and Band

Musicalmente ineccepibile, l’esibizione è però attraversata dalla celebrazione che Patti Smith fa di se stessa in quanto mito del rock’n’roll. O meglio, del mito che vorrebbe disperatamente essere. Non lo so, forse sono troppo cattivo, ma mi sembra tutto molto studiato. Voglio dire: non hai bisogno di spiegarci che dobbiamo ribellarci e mandare a fanculo questo e quello, basta che suoni Land, cosa che hai fatto molto bene, per altro. Più Land e meno discorsi sul fatto che i nostri governi ci stanno inculando, grazie.

PREMIO MESSA NERA: Sunn O)))

Suonano all’ATP e io li ascolto dalla collina, godendomi le scariche di terremoto prodotte dalle chitarre e tremando di paura quando entrano in scena i gorgheggi del cantante.

PREMIO TELETUBBIES: Belle & Sebastian

Uno può anche provare a pensare che questa era una delle band più raffinate in circolazione fino a non troppi anni fa. Ora sono semplicemente un gruppo di scozzesi guidati da uno scozzese che da scozzese mette T-Shirt con lo scollo a V. Ogni tanto si risente quella voce meravigliosa, ma il più dell’esibizione è dominata dalla strana sensazione di trovarsi in un cartone animato pacco.

PREMIO OTORINOLARINGOIATRA: Pharmakon

All’ingresso del Festival distribuivano tappi per proteggere le orecchie e sentendo l’esibizione di Margaret Chardiet mi viene in mente che forse avrei dovuto prenderli. La ragazza è agghiacciante, in senso positivo. Mentre l’ascolto mi viene in mente una solitudine cosmica, la solitudine di un tizio in una capsula spaziale che si allontana urlando e smadonnando.

PREMIO “UH, CHE FIGATA”: Mourn

Il bello dei Festival è scoprire gruppi a caso mentre si aspettano esibizioni. Riesco a sentire qualcosa di queste tre ragazze e del loro batterista e ne rimango estasiato.

PREMIO WOW: Swans

Suonano all’Auditorium, un luogo in cui sono entrato solo quest’anno. Dopo il loro concerto devo riprendermi per una buona mezz’ora allo spazio silenzio. L’unica cosa che si può dire è “wow”, dall’inizio alla fine. Michael Gira entra all’Auditorium e incita il pubblico a alzarsi dalle sedie e a raggiungere lui e la sua band sotto al palco. Da quel momento in poi vado in trance e mi lascio schiaffeggiare dalla loro musica. Pelle d’oca, e non per un gruppo che ascolto tutti i giorni, non per un gruppo col quale sono cresciuto, ma per un gruppo che ascolto di rado e quasi solo dal vivo. Immensi.

PREMIO TRANSATLANTICO: Einsturzende Neubauten

Li avevo già sentiti dal vivo, a un altro Primavera, ma non avevo mai assistito alla creazione del loro palco. È un concerto nel concerto. Occupa una cosa come venti attrezzisti e sembra di essere in un cantiere navale e di veder venire costruito un transatlantico. Concerto eccezionale, forse solo un po’ troppo corto, ma con questo tipo di esigenze di service non potevano suonare di più. Blixa è Blixa, ma a colpirmi sopra ogni altra cosa è l’enorme sensibilità armonica di Rudi Moser.

PREMIO DAVID CROSBY: Alexander Hacke (Einsturzende Neubauten)

Qualcuno dovrebbe dirgli che è identico a David Crosby.

PALMA D’ORO: Earthless

Dopo l’esibizione dei Neubauten, il dubbio. A chi assegnare la Palma d’Oro? Agli Einsturzende o agli Swans? Grazie al cielo arrivano questi tre da San Diego a togliermi le castagne dal fuoco. Jimi Hendrix che suona coi Black Sabbath che fanno cover degli Amboy Dukes. La California è sempre il posto dove andare quando si cercano palme, oro e palme d’oro. Davvero, fare meglio di così è difficile.

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Beach Boys: Il gruppo più sottovalutato della storia della musica

beach boysIl rock parla quel linguaggio immediato, ti dice quelle cose alle quali non puoi stare a pensare come rispondere: devi rispondere; devi rispondere con il tuo corpo, con la tua pancia, con quello che sta sotto alla tua pancia. Parla una lingua che non prevede la menzogna, perché come ci insegna l’ottimo romanzo Adventures of Huckleberry Finn, il ragazzo è in grado di mentire (questo sì, nessuno lo nega), ma non può mentire a se stesso. Gli adulti mentono a se stessi: il rock’n’roll non ha nulla a che fare con gli adulti. La menzogna di Huck è una menzogna giocosa. La menzogna del taxista che sbaglia strada apposta è istigazione all’omicidio.

Comunque, volevo scrivere un articolo sul fatto che i Beach Boys, a mio avviso, sono il gruppo più sottovalutato della storia della Musica e volevo addobbare questo articolo con qualche crisma, cercando di farlo diventare quantomeno un articolo passabile, parlando della loro grandezza musicale, della loro meravigliosa capacità di armonizzare le voci, dei tessuti  musicali creati da alcune delle loro composizioni. Ma il fatto è che bisogna parlare il linguaggio della pancia, o di quello che sta sotto alla pancia.

in realtà chi se ne frega. Quando si parla di rock’n’roll si parla essenzialmente di una cosa: di ragazze. E del modo in cui chi fa rock’n’roll parla delle ragazze. Ogni altra spiegazione è semplicemente falsa.

Prendete i Beatles, ad esempio: il gruppo più sopravvalutato della storia. La domanda fondamentale da porsi è questa: voi uscireste mai con una delle ragazze descritte nelle canzoni dei Beatles? Do You Want To Know A Secret, Hold Me Tight, Baby It’s You, Thank you Girl (eddeché?), I Want To Hold Your Hand. Pensateci: uscireste con una qualunque di queste babbee, riuscireste a sopportarle per più di venti minuti? Io no. Io uscirei con la ragazza di Fun, Fun, Fun dei Beach Boys: la protofemminista, la urpflanze delle donne che mi piacciono: quelle che scavallano la macchina al padre e ti portano in giro a mangiare hamburger e a fare le gare con altre donne come loro. Altro che stare ad aspettare un minatore di Liverpool: noi usciamo, rubiamo macchine, facciamo perdere la testa agli uomini.

Se io fossi una donna non farei altro che far perdere la testa agli uomini. Altro che stare ad aspettare che Ringo Starr mi chieda di tenergli la mano. Non scherziamo, per favore.

Barbara Anne

Take My Hand.

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32 buoni motivi per venire a sentirci il 14 Novembre alla Fabbrica del Vapore

Captain Toke & The Line Oversteppers

our house– Siamo estremamente belli

– Abbiamo un sacco di bandiere

– Il Dallu è single e sulla piazza (e a quanto mi dicono superdotato)

– Dobbiamo festeggiare il sessantanovesimo compleanno di Neil Young

– Dobbiamo prenderci gioco di Ronald Reagan

– La ragazza che suonerà dopo di noi è molto brava

– Il posto è vicino a casa di Fiocchi

– Il posto è anche vicino a casa di Nicola

– Il nostro repertorio non lo fa nessuno

– The leaves are brown and the sky is grey, but we can take you straight to California

– Potrete sentire armonie vocali a tre parti, roba che non capita spesso, oggi come oggi

– Dovete parteggiare per il Lebowski giusto e dire al Lebowski sbagliato che no, non abbiamo perso

– Siamo dei fuggitivi – e fuggendo ti veniamo incontro con scintille, esplosioni

– Se ci togliete l’avventura ci suicidiamo domani

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Album Indispensabili: The Band (The Band) – 1969

the_band_hugeOggi sono in vena di paragoni stupidi. Ho da poco comprato delle cuffie meravigliose, delle cuffie che avevo già avuto (e sfasciato, come tutte le cuffie che ho posseduto), le I – Grado, che hanno il grande vantaggio – a differenza di tutte le cuffie da calciatore che ci sono in circolazione – di regalarti un suono arioso, libero, ben impastato, equilibrato. Ascoltare un disco con delle buone cuffie è come bere il caffè senza lo zucchero: in entrambi i casi non c’è spazio per la menzogna, se una cosa è fatta male te ne accorgi più facilmente.

Se questo paragone idiota vi ha lasciati di sasso, state attenti: i paragoni più stupidi devono ancora arrivare.

Dicevo che ho da poco ricomprato queste cuffie stupefacenti, con le quali stamattina ho potuto apprezzare appieno il momento in cui in Rockin’ Chair di The Band cantano quel verso meraviglioso, quel verso che non ha pari nella storia dei versi. Quando Danko, Manuel e Helm cantano quel verso che dice “Down in old Virginny”, si aprono universi, si mobilitano gli oceani, vengono iniziate e portate a termine rivoluzioni con tanto di decapitazione del Re, le donne diventano improvvisamente tutte giovani e belle e poco vestite, Johan Cruijf danza col pallone in qualche stadio. Ahimè (e ahivoi), Johan Cruijf.

Pensare a Johan Cruijf mi ha portato a pensare a uno dei paragoni più stupidi che io abbia mai tentato di fare: quello tra il calcio totale del profeta olandese e il sound in un certo qual modo totale della band per antonomasia.

Ad un primo sguardo le cose sembrano anche funzionare abbastanza bene: l’assenza di ruoli definiti o definitivi; l’impossibilità di inquadrare le due questioni in generi o modi di darsi netti; la potenza, la velocità, le fluidità, una visione più ampia di chiunque altro; degli interpreti eccezionali, fuori dal mondo, fuori dal tempo, fuori da qualunque classe; colpi di genio che diventano la norma; capelli lunghi e un sacco di marijuana (saranno stati atleti, ok, ma erano pur sempre olandesi); tutto questa sembra far funzionare il paragone piuttosto bene.

Ci sono un paio di cose, però, che non funzionano in questo paragone. Innanzitutto quel brutto (bruttissimo) aggettivo, quel totale, un aggettivo che non può non farmi pensare ad Adolf Hitler o alle casse di un supermercato, due cose alle quali penso sempre malvolentieri. La musica non può essere totale, perché la parola totale porta sempre con sé ciò che è totalizzante e totalitario; e se c’è un gruppo che non può essere definito totalizzante, o totalitario, quel gruppo è sicuramente The Band.

La musica di The Band è universale, non totale. Attraversa tutte le forme della musica americana senza mai lasciarsi catturare da nessuna di queste forme. Il loro secondo disco, il disco di cui in teoria vi starei parlando, sebbene sia stato scritto prevalentemente da un canadese, è un disco universalmente americano, sia per quanto riguarda la musica, sia, soprattutto forse, per quanto riguarda le parole e il modo in cui queste si mettono a danzare con la musica. Un vero appassionato di storia americana e un vero appassionato di musica americana si troveranno facilmente d’accordo nel mettersi a piangere quando in The Night They Drove Old Dixie Down si arriva al punto in cui Levon Helm canta quel verso, scritto dal suo ottimo compare di Toronto, che dice “But a yankee laid him in his grave”. Succede qualcosa a quel punto, succede qualcosa che non si può definire e non si può catturare; succede che ci si sente sprofondare nel fango, con la baionetta puntata verso il cielo, cercando di schivare le innumerevoli pallottole dei fucili Spencer che tirano senza sosta e i terribili e precisissimi colpi dei cannoni a canna rigata.

L’altra cosa che non funziona, in questo paragone, è legata alla statura intellettuale degli interpreti dei due termini. Voglio dire, ci ricordiamo tutti con quanta e quale arroganza quel polpettone di Cruijf si sentisse già campione d’Europa col Barcellona da lui allenato poco prima di essere massacrato da Savicevic e compagni in quel d’Atene. Se c’è una cosa che non appartiene al Genio, quella cosa è l’arroganza. E l’ostentazione: il Genio non va mai in coppia con l’ostentazione, abitano dimensioni tra di loro aliene. Il Genio è leggero, giocoso, sbottonato, immerso in una realtà che vuole condividere (e non ostentare), che non vede l’ora di condividere, che non può far altro che condividere. C’è questo nel disco omonimo di The Band: questa leggerezza, questa facilità, questa assoluta mancanza di megalomania, questa consapevolezza di far parte di qualcosa di grandioso, irripetibile, collettivo e universale; voglio dire, questa gente riusciva a suonare come una big band di nove o dieci elementi, ed erano solo in cinque. Cinque musicisti sopra la media, cinque Geni, che fanno un album in cui nessuno vuole prevalere sull’altro, in cui tutti concorrono all’ampliamento dell’orizzonte della perfezione, senza la minima arroganza, senza la minima ostentazione. Capisci già tutto dalla foto di copertina, da quelle cinque teste fradice di pioggia, da quei cinque uomini presi nel pieno della wilderness, quella wilderness che è la cosa più americana al mondo, dopo The Band.

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Libri Indispensabili: Hell’s Angels (Hunter S. Thompson)

hunterthompson-gunCi sono persone che non sanno o non vogliono decidersi, che si trovano e si troveranno sempre tra la casa e la foresta, e che continueranno a pensare che il loro posto è proprio là: tra la casa e la foresta; mai troppo lontani da casa, ma sempre con la sensazione di essere circondati dalla foresta, dal suo essere viva, presente, concreta. Sanno, queste persone, di non poter mai davvero andare nella foresta con l’idea di restarci per sempre; ma hanno anche la consapevolezza di poter girare il proprio sguardo su di essa – quando meglio credono – e di poterlo fare con la facilità e la leggerezza con le quali un astronomo guarda quelle stelle che sa che non potrà mai raggiungere. Tra queste persone – che io chiamo senz’altro “poeti” – c’è Hunter Stockton Thompson: scrittore, giornalista, figura chiave della seconda metà del XX secolo.
Le freeway californiane sono la negazione di ogni qualsivoglia logica. Le strade californiane, in generale, sono meravigliose, e sono molto utili per riscoprire il piacere della guida; ma le freeway no: sono un concentrato di stress, scarsa abilità alla guida, menefreghismo, persone che si rendono conto di dover prendere un’uscita all’ultimo e che pensano che sia una buona idea tagliare la strada a quattro corsie.
Stavamo guidando, io e la mia ragazza, su di una di queste freeway. Eravamo all’altezza della città di Oakland, e stavamo puntando dritti verso San Francisco, cercando di non farci travolgere dalla follia collettiva e di non tamponare nessuno, quando assistemmo a uno degli spettacoli più incredibili ai quali ci sia mai capitato di assistere: una formazione di una cinquantina di Harley imboccò la strada come se fosse un unico grande organismo. Sembrava di trovarsi di fronte a quei banchi di pesci che fanno corpo unico, o agli stormi di rondini che volano in formazione rendendo i cieli d’ottobre i cieli più interessanti della storia dei cieli. I conducenti delle Harley si salutavano, si lanciavano segnali, si stavano dando appuntamento a chissà quale uscita, in chissà quale città, in chissà quale dimensione. I motociclisti americani, strane creature. Quella mattina ne avevamo visti una ventina paralizzare una piccola stazione di servizio ai piedi dello splendido Tioga Pass, una strada che si arrampica sulle Sierras e che taglia in due il parco di Yosemite. È molto difficile tentare di spiegare il senso di disagio provato nel non poter fare benzina a causa della scarsa intelligenza spaziale e della scarsissima educazione di quelle persone, quindi non lo farò. Mi limitai a bestemmiare rumorosamente in italiano, dando un senso al sangue veneto e emiliano che mi scorre nelle vene.
Hell’s Angels, a Strange and Terrible Saga di Hunter Thompson non è solo un libro di culto, non è solo un qualcosa da leggere necessariamente per farsi un’idea sulla California dei primi anni ’60; l’opera prima di Thompson – al pari di The Electric Kool – Aid Acid Test di Tom Wolfe – è un testo fondamentale, una mappa ideale, una sorta di ricettario per aiutarci a capire meglio quell’odore che sentiamo venire da quel calderone all’interno del quale bolle quel qualcosa che i media dell’epoca (al pari dei libri di storia di oggi) si limitavano a chiamare hippie, spesso senza approfondire, ancor più spesso banalizzando la questione.
Se Fear and Loathing in Las Vegas (il libro più conosciuto di Thompson) può essere considerato come una delle prime amare retrospettive su quel periodo, Hell’s Angels è invece una cronaca in presa diretta di quello che stava succedendo in quella California, quella stessa California che di lì a poco avrebbe dato il via a una delle rivoluzioni culturali più importanti del XX secolo. Volendo fare un parallelo con Neil Young, mi verrebbe da dire che Fear and Loathing sta a Tonight’s The Night così come Hell’s Angels sta al primo disco dei Buffalo Springfield: i primi raccontano con amarezza e delusione la fine di un periodo, lo schiantarsi dell’onda e l’inizio della risacca; i secondi ci parlano delle cose mentre stanno accadendo, mentre si stanno ancora formando, sulla schiuma di quell’onda che, per ora, non vede ancora alcuna riva contro la quale schiantarsi.
Il libro di Thompson ha un grande merito: quello di raccontare un elemento molto controverso della controcultura californiana (gli outlaw motorcycle clubs) dall’interno, senza mitizzare e senza demonizzare, senza fare della sociologia da Corriere della Sera, cercando di smontare pezzo per pezzo le tesi dei fautori del moral panic. Tutto questo senza mascherare le azioni più schifose dei motociclisti outlaw, senza rendere questi ultimi degli eroi senza macchia, senza dar loro significati politici altamente improbabili, come invece alcuni suoi contemporanei (vedi Ginsberg) avevano tentato di fare. Thompson, a differenza di Allen Ginsberg, ha la lucidità e la sincerità del poeta: sta tra la foresta e la casa, senza mai appartenere alla foresta e senza mai appartenere alla casa. Il registro può passare, da una pagina all’altra, dall’ironico al puramente poetico, senza che nemmeno ce ne si accorga; tutto questo aiuta a descrivere un mondo secondo le sue regole, mettendo alla berlina ogni tentativo di descriverlo con altre regole, regole che possono andar bene per qualunque altro mondo, ma non per quello. Quel mondo, quello degli Hell’s Angels, ha le sue regole; avrebbe ben poco senso tentare di descriverlo nei termini della poetica politica condita da troppi acidi di Allen Ginsberg o della sociologia spiccia di un Severgnini. Meglio descriverlo, quel mondo, con gli occhi aperti e vigili, cercando – questo sì – di capirlo e approfondirlo, ma senza volerlo inscatolare e impacchettare, senza metterlo su di uno scaffale, come se fosse un prodotto come un altro da vendere. Questo libro è come il bluegrass: è tutto fuorché un prodotto, è costantemente in divenire, come il qui, come l’ ora. È il qui ed è l’ora, niente più di questo: un attimo in cui la percezione si fa più sottile e in cui ci si può permettere di giocare liberamente con le dimensioni, con le forme, con gli stili, arrivando a picchi di pura percezione e spassionata e divertita interpretazione. Arrivando a picchi di bluegrass. Se cercate narrazioni, come ultimamente va di moda fare, lasciate perdere questo libro. E soprattutto lasciate perdere il bluegrass, nella maniera più assoluta.

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Radio Flagstaff – Goin’ Out West

jerry-garciahttp://www.youtube.com/watch?v=27LLPANAgzw

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Neil Young Crazy Horse – Barolo, 21 luglio 2014

         neilyoung-crazyhorse-1112-328x253.328.254                                                             εὐχαρίστω

 

Naufragio, comunicazione autentica, momento nel quale l’esistenza si svela in quanto comunicazione autentica: le grandi produzioni dell’intelletto umano parlano – volendo essere molto riduttivi – essenzialmente di questo; non parlano di una semplice freccia che si limita ad andare da un qualche punto a verso un qualche punto b, ma di qualcosa di essenzialmente e radicalmente diverso, qualcosa che viene prima di ogni freccia, prima di ogni punto; qualcosa che ci parla dello stupore che proviamo ogni qualvolta ci rendiamo conto del fatto che siamo al mondo, e che un mondo c’è, o sembra esserci. Non importa il come del mondo, ma il fatto che qualcosa si stia presentando davanti ai nostri occhi, alla portata delle nostre mani. Se ci si sofferma a pensare a questo – a questo essere al mondo che viene prima di ogni come – non si può fare altro che restare a bocca spalancata, stupefatti, pronti ad accogliere ogni forma e ogni variazione; pronti e disposti ad assorbire ogni sfumatura e ogni ribaltamento. Pronti a concepire il pellegrinaggio, a incorporarlo, a renderlo concreto in ogni gesto; un tuffo in una nuova dimensione, in quella dimensione che viene prima di tutto il resto, che riconosciamo come familiare ogni qualvolta ci torniamo, con le nostre scarpe ai piedi. Quelle scarpe che non vediamo l’ora di riempire di fango.

Le Langhe sono un territorio meraviglioso in cui sapori e profumi essenziali ti rincorrono da una collina all’altra, dandoti la caccia, cercando costantemente di farti abbassare le difese; un territorio in cui puoi godere il frutto di secoli di duro lavoro di intere generazioni, e ricollegarti a quelle generazioni semplicemente portandoti un bicchiere alle labbra, o accarezzando la superficie ruvida di un grissino, o pucciando un pezzo di miccone nel tuo bicchiere di dolcetto. C’è un’intera umanità in quei gesti, c’è l’intera storia dell’umanità in quei sapori e in quegli odori intensi; c’è più spiritualità e più misticismo in quella bevuta che in tutti i sermoni di quel patacca del Vescovo di Roma. Il Vescovo di Roma appartiene al territorio del come; quel pane e quel vino dimorano in una dimensione precedente, in un universo che viene prima di ogni come.

Quel pane e quel vino, così come quelle distese interminabili di vigne e alberi di nocciole, quei prati altissimi macchiati dalla lavanda, e quelle nuvole che sembrano sciogliersi nel cielo rivelando corrispondenze inaspettate, abitano la stessa dimensione del cavallo e del suo cavaliere: quel cavallo e quel cavaliere solitario lanciati al galoppo contro un nemico invisibile, quel nemico che abita nel territorio dei come e dei perché. Parte Cortez the Killer e tu la senti arrivare. Sei in piedi da ore, sei sempre stato in piedi, non puoi più sederti, ormai hai le scarpe ai piedi e non puoi far altro che volerle sporcare di fango. Ti sciogli nel cavallo e nel suo cavaliere, proprio come ti era successo l’anno prima a Roma; ti fondi con quel nocciolo duro che è l’umanità, il suo poter sempre essere qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, in marcia, con le scarpe ai piedi. Quella musica ti obbliga a pensare al fatto che sei umano, che ci sono luoghi infiniti, e che in quei luoghi infiniti le possibilità tendono a non esaurirsi mai, proprio come le gocce d’acqua che uscivano dalla doccia il giorno prima. Parole come prima e dopo perdono completamente il loro significato, e tu ti ritrovi nudo, sotto l’acqua, naufrago in una terra della quale sai che non potrai mai intravedere i confini, circondato da quell’umanità che come quel cavaliere non fa altro che resistere, e che resisterà per sempre.

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Entrench Yourselves: Canzoni sulla guerra; Canzoni contro la guerra II

Il 28 Luglio del 1914, con l’attentato di Sarajevo, scoppiava la Prima Guerra Mondiale, una guerra che a mio modesto avviso non è stata altro che un capitolo di quella più grande storia che parte dal processo di unificazione tedesco del XIX secolo per concludersi a Nagasaki, forse, o a Berlino Ovest nel 1989, per essere più precisi. Dico questo in barba a chi ha chiamato il secolo XX “il secolo breve”.

Al di là delle mie più o meno giuste considerazioni storiche, ciò che voglio fare, in occasione del centesimo anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, è pubblicare, quasi quotidianamente, canzoni che parlano di quello che io ritengo essere il più grande dramma umano, la situazione limite per eccellenza: la guerra.

Spendere una lacrima per chi è caduto, appena ventenne, a qualunque età, su qualunque lato della trincea.

 

The Clancy Brothers with Tommy Makem: Johnny I Hardly Knew Ye

Prima di approdare nel nuovo mondo e di essere cantato dai soldati nordisti e sudisti nella Guerra Civile Americana, questo motivo aveva già una lunga storia. La versione irlandese, così come la sua versione americana When Johnny Comes Marchin’Home, parla di un qualcosa di cui nessun libro di storia ci potrà mai parlare: il dramma personale della guerra.

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Entrench Yourselves: Canzoni sulla guerra; Canzoni contro la guerra I

Il 28 Luglio del 1914 scoppiava la Prima Guerra Mondiale, una guerra che a mio modesto avviso non è stata altro che un capitolo di quella più grande storia che parte dal processo di unificazione tedesco del XIX secolo per concludersi a Nagasaki, forse, o a Berlino Ovest nel 1989, per essere più precisi. Dico questo in barba a chi ha chiamato il secolo XX “il secolo breve”.

Al di là delle mie più o meno giuste considerazioni storiche, ciò che voglio fare, in occasione del centesimo anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale è pubblicare, quasi quotidianamente, canzoni che parlano di quello che io ritengo essere il più grande dramma umano, la situazione limite per eccellenza: la guerra.

Spendere una lacrima per chi è caduto, appena ventenne, a qualunque età, su qualunque lato della trincea.

 

The Band: The Night They Drove Old Dixie Down

Probabilmente vi hanno spiegato la storia della Guerra Civile Americana nei termini di una netta contrapposizione tra bravi nordisti liberatori degli oppressi e cattivi sudisti fustigatori di bambini. Questa descrizione non è del tutto falsa, ma rientra nel campo di quegli schemi manichei dai quali ci si dovrebbe liberare quando si guarda alla storia. In realtà, la questione della schiavitù era solo una delle tante motivazioni che hanno spinto gli stati confederati del sud degli Stati Uniti a separarsi dalla madrepatria, forse neanche la principale. Questo splendido pezzo serve, a mio avviso, a ricordarci una cosa: la guerra è terribile, aberrante; chiunque ci si trovi in mezzo merita compassione.

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Radio Flagstaff – Where the Traveller’s Journey is Done

furthur_ogbusAh Sunflower, weary of time,
Who countest the steps of the sun;
Seeking after that sweet golden clime
Where the traveller’s journey is done;

Where the Youth pined away with desire,
And the pale virgin shrouded in snow,
Arise from their graves, and aspire
Where my Sunflower wishes to go!

William Blake

 

 

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