Justin Trudeau ricevuto da Papa Francesco. Ma è la moglie del premier canadese Sophie ad attirare l’attenzione… | Attualità presa d'oca canadese

Justin Trudeau ricevuto da Papa Francesco. Ma è la moglie del premier canadese Sophie ad attirare l’attenzione…

Dopo i Trump, ecco i Trudeau. E anche la moglie del premier canadese si adegua al protocollo vaticano

Sono giorni di incontri importanti per Papa Francesco. Dopo aver ricevuto Donald e Melania Trump (GUARDA), il pontefice riceve in udienza privata anche il premier canadese Justin Trudeau. E la moglie Sophie, bellissima. Con i soliti sguardi di intesa… ma anche con quell’espressione di Papa Francesco che ha fatto il giro del mondo già in occasione dell’incontro con i Trump – FOTO | VIDEO

Anche Ivanka Trump ha sedotto tutti da Papa Francesco – GUARDA

< acxfcwzt. canada goose down jacketstrong>IL PREMIER CANADESE – Il premier canadese Justin Trudeau è una sorta di star: giovane, bello e aitante, ha conquistato velocemente i social. Ma anche la moglie Sophie Gregoire-Trudeau ha saputo ritagliarsi il suo spazio. Da First Lady elegantissima e bellissima. Come, appunto, in occasione dell’incontro con Papa Francesco.

La sfida di look delle First Lady al G7 di Taormina – LEGGI | FOTO | VIDEO

IN NERO, CAPO COPERTO – E anche Sophie si è adeguata al cerimoniale vaticano, con una mise nera e il capo coperto. Come d’altronde già avevano fatto pochi giorni fa Melania e Ivanka Trump (GUARDA). Perché quando si incontra il Papa, le regole sono feree…

 


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Una gattina in Horror Lovers

Copertina di Horror Lovers Titolo originale: Horror Lovers
Autori: Vari ed eventuali

Anno: 2014
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Cordero

Genere: Racconti horror di amore & morte
Pagine: 158 (circa 40.000 parole)

Horror Lovers è un’antologia di racconti che mescolano amore & morte, curata da Gianfranco Staltari e pubblicata da Cordero Editore. Ne parlo perché contiene un racconto che mi è piaciuto tantissimo: “Miao!” di Giulia Besa.

Doverosa premessa: ho conosciuto Giulia tramite il blog ormai cinque anni fa e siamo diventate buone amiche. È per questo che, nonostante lo ritenga un ottimo libro, non ho mai neanche segnalato il suo romanzo, Numero sconosciuto, uscito a giugno 2011 per Einaudi.

Da quel che so nel frattempo Giulia si è dedicata ad altri generi lasciando un po’ da parte il fantasy, anche se un tizio losco in pickelhaube mi dice che potrebbe tornare a dedicarvisi scrivendo per Vaporteppa. Speriamo, perché nel ramo Giulia è bravissima, come dimostra la serie di racconti che ha scritto con protagoniste gattine mannare.
I primi due, “Il senso di Kitty per il tonno”, e “Kitty e l’Ordine della Pernice”, sono apparsi sul sito storiebrevi.it e poi pubblicati in due antologie uscite per il Gruppo Editoriale L’Espresso: Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici.

Copertine di Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici
Copertine di Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici

Il terzo, “Miao!” appunto, è incluso in Horror Lovers. Dei tre è il racconto migliore, il più serio e il più pauroso.
Il tema della storia è il classico: fin dove arriveresti per amore? E per amore di una “gattina”? Il protagonista dovrà spingersi molto in là e si troverà di fronte a scelte terribili. Per la gioia del lettore.
Il racconto è scritto con maestria, la suspense è notevole e non manca un pizzico di ironia. Un bijou!

Oltre a “Miao!” nell’antologia sono presenti anche altri otto racconti di autori italiani. Inoltre ogni racconto è preceduto da un’illustrazione in bianco e nero realizzata ognuna da un disegnatore diverso. Perciò nove scrittori e nove disegnatori.
L’idea dei libri illustrati non mi dispiace: per esempio ho apprezzato i disegni di Keith Thompson in Leviathan, e sono molto gelosa della mia copia del Don Chisciotte illustrata da Gustav Doré. Tuttavia perché l’operazione funzioni le illustrazioni dovrebbero essere davvero belle e in tema, e qui non sempre accade.
Comunque ammetto la mia ignoranza nel ramo e non esprimerò giudizi sulle illustrazioni. Dico solo che un paio mi sono piaciute molto e altre invece mi hanno dato l’impressione che avrei potuto far di meglio io, nonostante non sappia neanche tenere in mano una matita.
Per la cronaca, i disegnatori sono: Valerio Nizi, Michele Arcangeli, Paolo Di Orazio (presente anche in veste di scrittore), Marco Zorzan, Emanuele Simoncini, Paolo Antiga, Manolo Morrone, Matteo Anselmo, Marco Mastrazzo.

E ora una breve panoramica sugli altri racconti:

Acqua e sangue di Cristiana Astori

Potevano mancare i vampiri gli gnokki in un’antologia a tema eros & thanatos? No. Purtroppo. Cristiana Astori rispolvera la più cliché delle vicende vampiresche con tanto di ingenua fanciulla vittima che si lascia mordere perché lui:

È così bello da gelare il sangue.

Poi la nostra protagonista si ritrova anche lei non-morta costretta a cibarsi di sangue con relativi sensi di colpa, ecc. ecc.
Una noia completa. Nessuno spunto originale o interessante, scrittura mediocre. A tratti si scade persino nel ridicolo, visto che quando Rodolfo-il-vampiro va a trovare nel corso dei decenni la protagonista, invece di sembrare un principe delle tenebre, sembra uno stalker rompiballe.
Racconto boiatina.

Gnokko
Uno gnokko. Possono mai mancare? Mi ricordano anche un’altra antologia tutta con racconti italiani che ebbi il “piacere” di recensire anni fa

Il divoratore di cadaveri di Paolo Di Orazio

Paolo Di Orazio scrive un racconto che potrebbe essere interessante: un uomo, per ragioni imperscrutabili, si fa volontariamente torturare per sessantaquattro giorni, nell’ambito di un qualche rito oscuro.
Nonostante la scrittura piena di termini vaghi e astratti:

Non è del tutto buio, qui.
Sono perdutamente, miseramente solo.
Sento costantemente di affogare, ma l’unico fluido in cui credo di annaspare altro non è che un implacabile senso di angoscia.
Tuttavia, sono calmo.
Profondamente calmo.

si arriva volentieri fino alla fine per sapere che diavolo aveva in mente il tizio. Ma il finale si rivela un gigantesco “E allora?” che smorza ogni entusiasmo. Peccato.
Racconto che riesce persino a suscitare un briciolo di inquietudine, rovinato da un lato dallo stile, dall’altro dalla conclusione.

Exeat di D.F. Lycas

Divertente! L’idea centrale qui è davvero kawaii e fa perdonare sia una scrittura non eccelsa – specie nelle descrizioni – sia il fatto che siamo ampiamente fuori tema, visto che la storia d’amore tra i due demoni protagonisti potrebbe non esserci e non cambierebbe niente.
Non posso rivelare alcun dettaglio per non rovinare la lettura, dunque citerò solo tra spoiler la filastrocca finale, che ho gradito:
Mostra la filastrocca ▼


Naso adunco, occhi feroci
L’uomo nero delle croci
Ha parole che fan male
Spruzza un acido col sale
Se ti trova fuori posto
Lui t’aggancia col suo rostro
Ti trascina via dal tetto
Ti sistema, diavoletto
Avanti, prova, fai trentuno
Entra dentro a qualcheduno
Nel tuo ultimo almanacco
L’esorcista ti ha nel sacco.


Un buon racconto; complimenti all’autore, che si firma con lo pseudonimo D.F. Lycas.

Illustrazione per Lycas
L’illustrazione di Marco Zorzan per il racconto di D.F. Lycas

Amami di Marco Dominici

Il racconto di Marco Dominici si rivela sconclusionato, per la serie: l’ho scritto così come capita, e non mi interessa neppure rileggerlo.
In buona sostanza: il protagonista si è risposato dopo che la prima moglie è sparita o morta; la moglie attuale un bel giorno scende in cantina e afferra per i capelli quella che crede essere una parrucca e in realtà è la prima moglie zombie. A questo punto il protagonista comincia a somministrare di nascosto sonniferi alla moglie per avere le nottate libere e andare lui in cantina a farselo succhiare dalla zombie. La moglie lo scopre e lui decide di rinchiuderla in una cripta sotterranea perché non le piace che la sua sposa dica le parolacce.
Chiaro, no?
Lo stile oscilla dalla quasi decenza all’incomprensibile, specie nelle scene d’azione. D’altra parte anche se lo stile fosse perfetto il racconto continuerebbe a non avere alcun senso.

Very gothic molto Cesenatico old style di Stefano Fantelli

Stefano Fantelli narra in prima persona con un certo piglio, dando al suo protagonista una voce ben distinta. Onestamente non apprezzo molto quando i personaggi in prima persona hanno consapevolezza di star scrivendo, tipo:

Compro delle piadine farcite e poi mi infilo in uno di quei negozi che vendono di tutto, dalle sigarette alle creme solari, dai giocattoli ai vestiti, dai portachiavi alle bibite; e prendo una cosa che mi servirà stanotte contro il vampiro.
Sono molto fiero di aver usato il “punto e virgola” nel passaggio precedente. Ho pubblicato tre libri e più di cento racconti su riviste e non credo di aver mai usato il “;” e per questo mi sono sempre sentito un po’ in colpa.

Tuttavia il tono generale del racconto è sull’ironico/divertente e queste cadute di stile possono essere scusabili.
Ho invece apprezzato che nonostante quanto riportato nel brano di cui sopra, in realtà il mostro non sia un vampiro. Non svelo cosa sia per non rovinare la sorpresa.
C’è da aggiungere che questo racconto c’entra nell’antologia come i cavoli a merenda: fa più ridere che paura, e non c’è alcun tipo di storia d’amore; non c’è nulla di romantico o di erotico. Perciò in pratica manca sia la parte Lovers sia quella Horror.
Nonostante ciò, nel complesso ho gradito.

Le regole del gioco di Gianfranco Staltari

Trovo poco elegante per il curatore di un’antologia inserire un proprio racconto nel libro che deve preparare. È una pratica di cattivo gusto diffusa in Italia, molto meno nel mondo anglosassone. Per esempio quando Jeff VanderMeer ha curato l’antologia The New Weird, non ha proposto suoi racconti, nonostante fosse il principale esponente del New Weird a livello mondiale.
Tra l’altro Gianfranco Staltari, nella brevissima prefazione – un paio di facciate striminzite – scrive:

[...] dopo una lunga e faticosa selezione di scrittori e racconti (alcuni scartati davvero a malincuore) [...]

Deve sul serio avere una grandissima stima di sé e della propria narrativa per scartare i racconti altrui a favore del suo! Orgoglio giustificato? No. Anzi, il racconto di Staltari si rivela essere forse il peggiore dell’antologia.

È una storiella miserrima che vede il protagonista frequentare una ragazza molto carina e molto più giovane di lui. I due escono insieme, fanno passeggiate, cenette romantiche, si scambiano sguardi languidi ma lei non gliela dà. Il protagonista non pare più di tanto infastidito da questa circostanza finché a una festa natalizia vede la sua lei sbaciucchiare un altro.
Scatta il raptus della gelosia e il nostro eroe usando un coltello che:

Devo averlo preso dalla tavola quando sono entrato, senza rendermene nemmeno conto.

ammazza lei, il tizio che lei stava baciando e tutti(!) gli invitati alla festa, i quali, intorpiditi dal panettone:

Piatti sporchi, bicchieri, bottiglie di spumante, vino e birra, panettoni smangiati, mostrano uno spettacolo di disordine e scempio.

non oppongono la minima resistenza…

Panettone e coltello
Il coltello preso senza neanche accorgersene dalla tavola e il panettone smangiato. Ah, l’orrore, l’orrore!

È un racconto che non ha molto senso, scritto in modo approssimativo, pochissimo mostrato e che non elargisce neanche il brivido di un po’ di sangue, dato che l’intera mattanza si riduce a:

A uno a uno li finisco, questi ragazzi che fingono di essere adolescenti.

Racconto inutile, ci metto la mano sul fuoco che si poteva trovare di meglio.

A piedi nudi nel sangue di Marco Vallarino

Il racconto avrebbe al suo nucleo un’idea carina, anche se non proprio originalissima, purtroppo è rovinato da una serie di problemi tecnici di stile e di struttura.
La trama vede la protagonista terrorizzata dalle torri, fin da bambina. Addirittura non può sopportare la casella con la torre nel Gioco dell’Oca. Finché da grande non si ritrova in una torre diroccata in compagnia di un focoso fantasma – il cui nickname da vivo era Devil(…) – che le farà dimenticare la paura a furia di amplessi(…):

Ogni sera, Elena lasciava la torre stremata di orgasmi, senza aver mangiato né bevuto, nutrendosi solo del piacere che le veniva profuso a piene mani.
[...]
A Torino, Elena riprese di malavoglia a studiare. Ogni momento libero, lo passava a masturbarsi selvaggiamente, ripensando agli orgasmi nella torre.

Ma il fantasma in cambio di tutto questo amore vuole che Elena uccida per lui…
Non svelo il resto della vicenda perché il racconto non è del tutto atroce e a qualcuno potrebbe interessare. Certo se ogni tanto fosse anche mostrato sarebbe meglio; e la storia sarebbe stata molto più intrigante se l’autore avesse tenuto un solo punto di vista, in modo che la maledizione della torre si potesse dipanare piano piano davanti al lettore, invece di essere spiattellata.
Infine la vicenda è presa con troppo anticipo e ci sono un sacco di pagine superflue: non a caso questo è il racconto più lungo presente nell’antologia.
Racconto che se riscritto con un certo criterio sarebbe potuto risultare decente.

Verde come la laguna di Claudio Vergnani

Si chiude l’antologia in modo triste con questo raccontino di Claudio Vergnani. In poche parole: un playboy con tendenze al sadismo e che si racconta in prima persona usando termini vaghi per far credere al lettore che potrebbe essere un vampiro o simile, incontra una donna-vespa che forse gli farà fare una brutta fine.
L’idea dovrebbe essere quella del mostro che incontra un mostro più cattivo di lui, ma la realizzazione è svogliata, e la storia non suscita la minima emozione. In più è anche inverosimile: per esempio il protagonista vede che da un occhio della donna che in teoria vorrebbe sedurre

stillava un umore giallastro

e la constatazione non gli fa né caldo né freddo, tutto a posto, ehi, a me cola il naso!
Come nel racconto di Staltari a salvare la situazione non interviene neppure un po’ di sangue; l’unico momento di orrore dell’intera vicenda è il seguente passaggio, che tra l’altro non ho ben capito cosa significhi:

Da una porta socchiusa intravedo una stanza buia, spoglia, priva di mobili e finestre, murata. Qualcosa dentro di me mi dice di non avvicinarmi, di non guardare, di non sapere. Ma mi accosto, preda di una fascinazione paurosa. Intuisco, più ancora che vedere, scaglie svuotate sul pavimento. Ce ne sono a decine, rinsecchite, maleodoranti, annerite. Solo le teste hanno ancora un aspetto umano.

Mah!
Nel complesso racconto bruttissimo.

* * *

Chi segue il blog da tempo magari si ricorderà che qualche anno fa giunse a commentare l’editor di un’antologia all’epoca di imminente pubblicazione: La sete. Era un’antologia horror con racconti di soli autori italiani dedicata ai vampiri. L’editor ne magnificò le doti nel contempo denigrandomi perché non apprezzava lo stile delle mie recensioni. Il tizio mi fece incazzare, ma lo stesso, quando il libro uscì su emule lo scaricai e lo lessi: uno schifo senza appello. Un tale scempio che non mi venne neanche voglia di ridicolizzarlo sul blog.
Se paragoniamo Horror Lovers a La sete un certo progresso c’è stato nell’ambito dell’horror made in Italy, ma la strada è ancora lunga.

Copertina de La Sete
Copertina dell’antologia La Sete uscita per Coniglio Editore. Coniglio Editore ha chiuso i battenti alla fine del 2011

Dato il coinvolgimento di un’amica nel progetto non metto un giudizio in gamberi come in una recensione formale, lo stesso posso risponde alla domanda: vale la pena spendere 15 euro per Horror Lovers? E la risposta è no, anche tenendo conto che si tratta di appena 158 pagine (circa 40.000 parole). Tuttavia se il genere vi interessa, e dovesse uscire in ebook a prezzi ragionevoli (magari sotto i 3-4 euro), potrebbe valere la pena.

Approfondimenti:

bandiera IT Horror Lovers presso Cordero Editore
bandiera IT Horror Lovers su iBS.it
bandiera IT Il sito personale del curatore, Gianfranco Staltari

bandiera IT La fine di Coniglio Editore

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Il bacio dell’ingenuo Jude

Copertina de Il bacio di Jude Titolo originale: Il bacio di Jude
Autore: Davide Roma

Anno: 2013
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Sperling & Kupfer

Genere: Dawson’s Creek + Dracula
Pagine: 289 (~65.000 parole)

Già da un paio d’anni si potevano cogliere segnali che il boom del fantasy in Italia si stava esaurendo. Adesso appare evidente: basta fare un giro per le librerie per rendersi conto che il reparto fantasy è sempre più striminzito. Resiste Martin grazie al successo internazionale, la Troisi è sempre presente – ma con meno enfasi rispetto ai tempi d’oro –, c’è un rigurgito di Tolkien in corrispondenza dell’uscita del film dell’hobbit e poco altro. Persino il paranormal romance perde colpi e rischia di essere riassorbito nella più ampia categoria del rosa.
Si pubblicano meno titoli, e meno titoli scritti da italiani. Il che, visto l’andazzo, è un bene. Sono passati quasi dieci anni dall’uscita dei primi romanzi di Licia Troisi e da quel momento c’è stata una corsa affannosa, a opera di editori grandi e piccoli, per pubblicare schifezze sempre più abominevoli. Ogni volta che sembrava si fosse raggiunto il fondo del barile – si trattasse della Strazzulla, o di G.L., o del Ghirardi, o dell’ennesima porcata della stessa Troisi – il romanzo successivo dimostrava che non c’è limite al peggio. Si è toccato il fondo e si è cominciato a scavare con entusiasmo. Così si è passati da Lenth ad Amon, da Arsalon a Unika, in un crescendo di spazzatura sempre più ributtante.

Un bel branco di anime ingenue (o stupide) ha applaudito al successo della Troisi: tale successo, secondo costoro, pur poggiando su romanzi scritti da cani, avrebbe fatto da apripista per opere di maggior pregio. Non è accaduto. È successo invece che gli editori si sono resi conto di poter rifilare al pubblico qualunque merda e cinicamente lo hanno fatto.
Questo atteggiamento ha anche influito negativamente sugli aspiranti autori fantasy. Una delle frasi che ho sentito – che sento – più spesso è: “Se pubblicano la Troisi, perché io no?” Senza rendersi conto che un romanzo scritto al livello di quelli di Licia, o anche peggio, come più volte mi è capitato di leggere, meriterebbe di essere bruciato, non di essere pubblicato.

Nihal della Terra del Vento
L’alba dell’orrore

Poteva succedere altrimenti? Non credo.
Il problema di fondo dell’editoria in Italia, almeno per quanto riguarda la narrativa (fantastica), è l’assunzione a principio universale e inviolabile che non ci sono criteri oggettivi per giudicare un romanzo. Se sei davvero convinto che i gusti sono gusti e non esiste alcun altro parametro di valutazione, non trovi problemi a pubblicare il romanzo del tuo amico o del tuo parente. In fondo a te piace, giusto? Così come non ti sembra di trattare a pesci in faccia il tuo pubblico se inauguri una collana fantasy con la Strazzu invece che con Swanwick: i gusti sono gusti, io preferisco la Strazzu a Swanwick, che male c’è?
E a furia di applicare questo principio, l’editoria si è ridotta a diventare una famiglia di subnormali, di quelle dove da generazioni ci si accoppia tra parenti. Girano sempre gli stessi nomi e le stesse idee. Tanto i gusti sono gusti, perciò l’ennesimo paranormal romance di mia cugina undicenne o l’high fantasy tolkeniano del mio amico falegname hanno lo stesso identico preciso valore dell’ultimo romanzo di VanderMeer o di Mellick o di Felix Gilman.
Ogni discorso riguardante la narrativa in Italia naufraga nel mare indistinto delle opinioni. Nessuno è mai responsabile delle proprie scelte perché tanto non c’è mai niente di oggettivo. Gli scrittori più scarsi sono considerati geni, gli editor più ignoranti seri professionisti, le case editrici che pubblicano vaccate sono pinnacolo di cultura. E non c’è possibilità di replica, perché qualunque argomentazione si scontra contro il muro de i gusti sono gusti e analisi oggettive sono ridotte a mere opinioni personali.
E quando una casa editrice va in fallimento, una collana chiude o un autore vende pochissimo, sorgono dei dubbi sull’operato delle persone coinvolte? Non sia mai! È solo colpa del pubblico che dovrebbe ingurgitare schifezze senza sosta ed esserne sempre felice.

Ci sono soluzioni? Sono scettica. Perché una persona intelligente di fronte a tale endemica idiozia o si adatta sfruttando a suo vantaggio il sistema – e dunque alimentandolo – oppure si dedica ad altro. La famiglia dei subnormali attira solo nuovi ritardati o persone che non lo sono ma si comportano come tali.

* * *

Ho sentito parlare per la prima volta di Davide Roma un paio di anni fa. Alcuni lettori del blog mi segnalarono l’esistenza di questo tizio perché era stato citato in un articolo sul Corriere della Sera. Mi ricordo che poi lessi alcune interviste dalle quali scoprii che: il signor Roma era amyketto di Tiziano Scarpa e aveva frequentato la scuola di scrittura di Raul Montanari; il signor Roma non aveva le idee chiare sui sottogeneri del fantasy e aveva appena firmato un contratto con Einaudi.

Davide Roma
Davide Roma. La foto si intitola Touch of Evil. Sigh

Dopodiché Davide Roma sparì dal mio radar.
Due anni dopo Roma non ha più pubblicato con Einaudi – che a quanto pare ha chiuso con il fantasy, o almeno così sembra constatando che è da tempo che non annuncia più nuove uscite nel genere – ma con Sperling & Kupfer. Il suo romanzo d’esordio, Il bacio di Jude, è uscito a fine gennaio.

Per una serie di circostante disgraziate, mi sono ritrovata a fare un lunghissimo viaggio in treno con l’unica distrazione del romanzo di Roma, e così l’ho letto. Al termine dell’agonia mi sono detta che forse valeva la pena recensirlo: mi sarei divertita(?) a scrivere una recensione come ai vecchi tempi e avrei verificato se funziona bene la moderazione con un articolo che è probabile attiri molti commenti.
In più il dettaglio della scuola di scrittura mi è parso interessante: vale la pena frequentare le scuole di scrittura italiane? Raul Montanari, il “maestro” di Davide Roma, si è sperticato in lodi per il suo allievo. Lo ha definito “talento sicuro”, “eccezionale”, “Uno dei talenti più puri che siano mai passati fra le mie mani”. Inoltre in un’intervista ha dichiarato:

Un corso di scrittura davvero ben fatto, che insegni qualcosa e non frigga l’aria come fanno quasi tutti, deve poter presentare delle credenziali, fra cui il numero di autori usciti dal corso con una pubblicazione significativa. Non è l’unico parametro per giudicare l’efficacia del corso, ma di sicuro qualcosa vuol dire.

A me sembra che non sia un gran criterio, direi che è un criterio più significativo vedere come scrivono gli allievi usciti da queste scuole. Che siano stati pubblicati o no. Come scrive Davide Roma dopo aver frequentato la scuola di scrittura di Raul Montanari? E teniamo a mente che Roma non è un allievo qualunque, è un allievo eccezionale con un talento puro & sicuro.
Per usare un’espressione che mi fa tacciare di essere maleducata e kattiva, ma che ispira le giuste immagini, Davide Roma scrive come un ritardato fuggito dalle fogne. E questo se ci limitiamo allo stile. Se prendiamo in considerazione le “idee” – le virgolette sono d’obbligo – del suo romanzo siamo a livello Strazzu. Il primo romanzo di Boscoquieto del Ghirardi per certi versi racconta una storia simile a quella di Roma e lo fa meglio. No, non sto scherzando. La corsa affannosa a pubblicare spazzatura è arrivata a un punto per cui ci si riduce a rimpiangere il Ghirardi. Signor Sperling? Signor Kupfer? Complimenti! Posso stringervi la mano?

Magari sono davvero troppo kattiva. Be’, giudicate voi, con una similitudine emblematica. Dice molto sulla qualità dello stile:

A Times Square [Jude] attraversa la folla, come un petalo bianco su un ramo nero. Controcorrente.

Il personaggio attraversa la folla come un petalo bianco su un ramo nero, ovvero controcorrente. Ma cosa diavolo vuole dire? Da quando i petali (bianchi) sui rami (neri) si muovono? Come immaginarmi un petalo (bianco) fermo su un ramo (nero) mi aiuta a visualizzare un personaggio che attraversa controcorrente la folla?

Folla & foglia
Una foglia (bianca) su un ramo (nero) descrive in maniera sopraffina una folla in movimento

Conosco un sacco di persone che senza aver mai frequentato la scuola di Raul Montanari non scrivono metafore tanto stupide. E a proposito di tale scuola, Raul Montanari, nella già segnalata intervista, ci tiene a precisare che il romanzo di Roma ha avuto l’editing dell’agenzia editoriale Punto&Zeta, fondata da due sue allieve: Chiara Beretta Mazzotta e Pepa G. Cerutti. Complimentoni anche a loro!

Naturalmente una metafora disgraziata può capitare a tutti – in verità no, specie quando hai avuto due anni per revisionare il tuo romanzo prima della pubblicazione, e specie quando hai già avuto l’editing di un’agenzia editoriale e poi ancora l’editing di una casa editrice –, ma facciamo finta di niente. Quando le metafore disgraziate diventano due o tre o più magari significa che non sai usarle. E alla scuola di scrittura di Raul Montanari non ti hanno insegnato.

Tre buoni a nulla capaci di tutto. Durante l’intervallo, dragavano i pavimenti di linoleum verde dei corridoi, tumultuosi di voci, come una falange arcigna e compatta.

Perché notoriamente una falange compatta – e arcigna, non lo scordiamo – quando cammina sul linoleum non può far altro che scavare… Da notare l’uso balordo delle virgole intorno a “tumultuosi di voci” che può indurre a pensare che a essere “tumultuosi di voci” siano i pavimenti.

[...] e davanti al muro un enorme orologio a pendolo dalla forma bizzarra, simile a un sarcofago: sembrava più largo del normale, come se avesse le anche di un contrabbasso.

Da quando la forma di un sarcofago sarebbe “bizzarra”? “Sembrava più largo del normale”: interessante, qual è il “normale” per un orologio a pendolo dalla forma “bizzarra” simile a un sarcofago? “Come se avesse le anche di un contrabbasso”: ok, sarò pignola, ma questa espressione riguarda la forma non le dimensioni; non necessariamente avere una determinata forma implica avere una determinata larghezza. Va bene, volendo si capisce quello che Roma intendeva, ma devo fare uno sforzo interpretativo che mi allontana dalla storia. Da un talento puro & sicuro mi aspetto un uso del linguaggio molto più preciso.

Con un misto di eccitazione e terrore, come se si trattasse di un passaggio temporale, di un buco nero, Jude infilò le braccia nel sipario e lo aprì.

Immaginatevi il set dove girano il film tratto dal romanzo. Un assistente si avvicina all’attore che interpreta Jude e gli dice: “Adesso devi aprire il sipario, mi raccomando con eccitazione e terrore. Come se infilassi le braccia in un buco nero, chiaro, no?”
Tra l’altro come sempre c’è l’adagiarsi pigro sulla mediocrità: termini astratti e via con Dio. Se, per esempio, al posto di quella “eccitazione” ci fosse scritto che Jude ha un’erezione che tende il cavallo dei pantaloni, sono sicura che il passaggio rimarrebbe ben più impresso.

[...] la sua dimensione umana rifiutava il Male, rifiutava la consapevolezza di ospitare Shaitan, come un arto metallico che viene rigettato.

Ah, allora si capisce! Il rifiuto della consapevolezza è come il rigetto di un arto metallico, esperienza comune a tutti. Proprio il genere di metafora che rende più chiara una storia.

Non sono neanche metafore belle. Non sono frasi poetiche che rimangono in mente, sono frasi buttate là che non aiutano la comprensione e non sono piacevoli da leggere. Non sono neppure metafore divertenti o particolari, che in teoria possono mostrare il modo di ragionare di un personaggio – a parte che Roma usa un obbrobrioso narratore onnisciente perciò al massimo si aprirebbe una finestra sul suo modo di pensare, e onestamente non credo che ai lettori freghi niente.

Kill the Dead di Richard Kadrey inizia così:

bandiera EN Imagine shoving a cattle prod up a rhino’s ass, shouting “April fool!”, and hoping the rhino thinks it’s funny. That’s about how much fun it is hunting a vampire.

bandiera IT Immagina di ficcare un pungolo per bestiame su per il culo di un rinoceronte, gridando “Pesce d’aprile!”, e sperando che il rinoceronte lo trovi divertente. Dare la caccia a un vampiro è più o meno divertente uguale.

Copertina di Kill the Dead
Copertina di Kill the Dead

Paragonare il “divertimento” di una caccia al vampiro al “divertimento” di infilare un pungolo su per il culo di un rinoceronte non è una similitudine che chiarisce di molto la situazione, dato che una percentuale esigua di lettori avrà esperienza con il sedere dei rinoceronti, tuttavia mostra bene la voce del personaggio. Senza raccontare che il protagonista è sarcastico e volgare, lo vediamo.
Ma, come detto, le metafore di Roma non hanno senso in sé e non aiutano a capire la psicologia di alcun personaggio. Sono solo ridicole.
Non mi sento di dare la colpa alla scuola di scrittura di Raul Montanari, magari Roma era assente alla lezione sulle figure retoriche.

* * *

Mi sono lasciata prendere la mano, torniamo a monte, con la trama dell’opera. Il sito ufficiale presenta il romanzo in questo modo:

A diciassette anni tutti credono di essere potenti. Invincibili. Immortali. Jude Westwick lo è davvero.
La vita in un paese piccolo come Twindale, Massachusetts, può essere noiosa. Molto noiosa. Ma Jude Westwick, diciassette anni e un animo ribelle, ha trovato un modo tutto suo per evitare la monotonia della provincia: infrangere ogni regola. Ecco perché si diverte a fumare nel cortile della scuola proprio sotto il cartello VIETATO FUMARE, e a fare a pugni nei corridoi solo per attirare l’attenzione di Emily, la biondina per cui si è preso una cotta colossale. Ed ecco perché il preside ha deciso di punirlo. Costringendo lui, e il suo migliore amico Big Head, a passare il sabato pomeriggio in biblioteca.
Jude è furioso. Eppure, quel pomeriggio, in biblioteca la sua vita cambierà per sempre. Infatti, sfogliando i vecchi giornali dell’archivio, s’imbatte nella notizia di un efferato fatto di sangue, consumato quarant’anni prima, proprio nel sotterraneo della casa in cui abita con i genitori. Incuriosito, decide di cercare il passaggio per il sotterraneo e scopre così un segreto terrificante: una stanza chiusa a chiave da sempre, piena di misteriosi volumi vergati a mano. Volumi che parlano di lui.
In quella stanza è sepolto l’intero destino di Jude. Un destino spaventoso, oscuro, crudele. Ma il destino è davvero ineluttabile? O c’è un modo per cambiare ciò che è già scritto? Grazie all’amore di Emily, e all’aiuto di Amber, una tormentata ragazza dai capelli rossi come il fuoco, Jude dovrà imparare a conoscere la sua vera natura e a dominarla. Compiendo così la scelta più difficile di tutte: quella tra il Bene e il Male.

Un ribelle di diciassette anni potente, invincibile, immortale che fa? Fuma in cortile sotto il cartello VIETATO FUMARE… Ho la pelle d’oca dalla paura! Sono davvero le avvisaglie che il destino di Jude sarà spaventoso, oscuro, crudele. E per non far torto a G.L., aggiungerei malsano, osceno & blasfemo.
Ma qual è il segreto terrificante che Jude ha scoperto nel sotterraneo di casa sua? Jude ha scoperto di non essere un normale ragazzo: in lui vive il potentissimo (e spaventosissimo, oscurissimo, crudelissimo, malsanissimo, oscenissimo, blasfemissimo) demone Shaitan. Jude è destinato ad assecondare il potere di Shaitan e ad aiutare la setta segreta – così segreta da essere su Facebook – della Golden Dome a conquistare il mondo. Ma Jude non vuole cedere al Male (come in ogni fantasy che si rispetti, quando si parla di Male è sempre con la M maiuscola) rappresentato da Shaitan… avrà la forza di affrontare la sorte avversa e di liberarsi del demone? O cederà al Lato Oscuro, che offre ottimi biscotti? Probabilmente non lo saprò mai, dato che non leggerò i seguiti: Il bacio di Jude è, tanto per cambiare, il primo volume di una trilogia.

L’altra preoccupazione di Jude, oltre a Shaitan, è l’amore: chi è la sua anima gemella? Emily, biondina dolce, tenera e carina appena trasferitasi da un’altra scuola; oppure Amber, che ha la passione per l’occultismo e con la quale Jude percepisce di avere un legame speciale?
Per fortuna gli aspetti romance passano spesso in secondo piano. È una fortuna perché Roma alle prese con le scene romantiche scrive ancora peggio che non quando si dedica agli orologi dalla forma bizzarra. Un esempio:

«L’avevo notato», [Emily] si chinò su di lui [Jude]. Fu come gettare un fiammifero acceso in un silos di benzina. Si annusarono come cani. Il corpo di Emily era sottile come una fionda in tensione, ma formoso nei punti giusti. Emanava un profumo che Jude avrebbe per sempre associato alla pura beatitudine.

Cosa c’è di più romantico e sensuale di annusarsi come cani? E anche le immagini del “silos di benzina” e della “fionda in tensione” sono proprio il genere di immagini che ben si sposano con una scena romantica. Chissà se alla scuola di scrittura di Raul Montanari ci sono state lezioni su come scrivere scene di questo tipo…

Cane + Fionda + Silos
Trionfo del romanticismo

Davide Roma, in una recente intervista, ha dichiarato che Il bacio di Jude nasce:

[...] dal rifiuto di dare al lettore qualcosa di banale. [...] Ho cercato di non essere un autore direi stitico, uno di quelli che si limitano a sviluppare un’idea semplice semplice e l’allungano come si allunga il brodo.

E in effetti, all’apparenza, il brodo non l’ha allungato: Il bacio di Jude non è un romanzo lungo, sono circa 65.000 parole – per fare un paragone Twilight sono circa 111.000 parole, e Gli eroi del crepuscolo della Strazzu 220.000 parole. Peccato che Il bacio di Jude sia da un lato noiosissimo, tanto da sembrare dieci volte più lungo di quello che è, e dall’altro sia pieno di scene e di incisi inutili.
Il Ghirardi ci teneva a raccontare quali condimenti fossero sulla pastasciutta che mangiava Bryan e non potevamo fare a meno di sapere delle partite a calcetto; Roma invece ha la passione per Facebook: Facebook viene citato più di venti volte, e ci sono passaggi di questo tenore:

Poi via, a controllare la posta e i messaggi accumulati nell’Inbox di Facebook.
Come dice sempre Big Head: lo studio e i compiti mi distraggono da Facebook, pensò [Jude] ad alta voce.
Aveva seicento amici. La cifra giusta, più o meno. Lo aveva letto in un articolo su Rolling Stone, dove si sosteneva che se ne hai pochi sei un perdente, e se ne hai troppi, migliaia, non sei abbastanza elitario per essere ambito. A Jude era sembrata una scemenza. Comunque, i suoi amici erano in gran parte ragazze. Ci teneva a mantenerle in netta maggioranza. Un grazioso, seducente portfolio di volti femminili. Controllò la foto in posa da ribelle. Dieci persone avevano cliccato su LIKE. Tutte ragazze. Buon segno. Come status del giorno postò una frase di Nietzsche scritta su un poster appeso davanti a lui, un regalo di Connor: «Il deserto cresce: guai a colui che nasconde in sé dei deserti»

oppure:

[Jude] Accese il MacBook. Inserì username e password (Anne Hathaway). Quando si aprì la schermata, attivò la connessione wireless. Il solito: controllo nuove mail e Facebook. Una sbirciatina al riassunto delle ultime ore. Rifiutò, come sempre, gli inviti a iscriversi a gruppi per evitare di ricevere tonnellate di spam. Poi sul suo wall. Cinque persone avevano cliccato LIKE sotto l’ultimo post.
Si mise a sbirciare le foto e le info di alcune compagne di scuola. A volte Facebook gli ricordava la bacheca dei trofei della Twindale High: è il trionfo del narcisismo e dimostra che per ogni voyeur ci sono cento esibizionisti pronti a soddisfarlo. Poi decise di fare delle modifiche al suo profilo. Alla voce interests, dopo musica, cinema e night life aggiunse: esoterismo. Ci stava provando, perlomeno. Poi gli venne un’idea. Sul motore di ricerca di Facebook digitò: Golden Dome.

o ancora:

[Jude] Tornò su Facebook e diede una sbirciatina al profilo di Amber. Da un po’ di tempo, quella ragazza continuava a tornargli in mente, chissà perché.
Interests: Wicca, demonologia, magia.
Jude si palpeggiò il pomo d’Adamo, pensieroso. L’aveva sottovalutata. Era ora di approfondire la conoscenza.
In quel momento Facebook gli comunicò che Emily l’aveva confermato come amico. Una miniera d’oro di informazioni su di lei si spalancò sotto i suoi occhi. Lo sguardo corse subito al relationship status… single. Tirò un sospiro di sollievo. Nata il 28 Maggio 1995. Ottimi gusti musicali. Si descriveva romantica e sognatrice. I suoi interessi: leggere, ballare, tennis, barca a vela, film, collezionare sandali, pattinaggio artistico. In ordine sparso.

Nel finale si raggiunge il ridicolo: Jude deve fuggire in Alaska(sic) lasciandosi dietro l’innamorata, in più è probabile che sarà inseguito da tizi con cattive intenzioni e:

Tornato a casa, Jude si collegò a Facebook, rispose ai messaggi inevasi nell’Inbox, diede un’ultima malinconica occhiata alle foto, agli amici, ai post, ai commenti, poi cliccò su SETTINGS, mosse il cursore su ACCOUNT SETTINGS, poi su DEACTIVATE ACCOUNT.
Decise di mettere un po’ d’ordine: raccolse le custodie vuote di cd sparse a terra e le infilò nel raccoglitore a colonna. Inserì nel MacBook il suo album preferito dei Radiohead: Ok Computer. Poi aprì iTunes e creò una nuova playlist, mixando Radiohead, 30 Seconds to Mars, una spruzzatina di glam rock di David Bowie e un paio di notturni di Chopin. Quindi agganciò il cavetto dell’iPod al Mac per trasportare la playlist. L’avrebbe ascoltata durante il lungo viaggio, fino all’Alaska. Se fossi sordo sarebbe come morire, pensò.

Il mondo mi sta crollando addosso, ma connetto il cavetto del mio iPod al mio MacBook e mi carico la playlist fatta con iTunes. Speriamo che almeno la Apple abbia pagato Roma per la pubblicità.

iPad mini
Il nuovo iPad mini: fino a 64GB di memoria, Wi-Fi, Bluetooth, display Multi-Touch retroilluminato LED da 7,9 pollici con tecnologia IPS e risoluzione 1024×768, processore A5 dual-core, fotocamera iSight da 5MP. Tutti i personaggi cool del romanzo usando prodotti Apple, mentre il preside della scuola usa nella biblioteca un computer Acer con Windows. Che sfigato! Nota per i signori Apple che mi leggono: la pagina delle donazioni è qui

La cosa “bella” è che Jude non scopre niente di significativo su Facebook o usando i prodotti della Apple, né Facebook o l’iPhone/iPod/iMac (sì c’è anche l’iMac oltre al MacBook) hanno alcun ruolo nella trama, né questo insistere su Facebook e la Apple aiuta a definire il carattere di Jude.
Sono passaggi messi così come capita, perché uno scrittore dal talento puro & sicuro non ci arriva a capire quali scene servono nell’architettura complessiva e quali si possono, si devono tagliare. Non arriva neanche a capire quali scene sono almeno interessanti. Nulla. Scrive come gli viene: Jude torna a casa da scuola e guarda Facebook, perché sì, cosi come Bryan si concentrava sulla pasta al sugo. Scrivo tutto quello che mi passa per la mente e bene così.

Ci sono poi le solite spruzzate di inforigurgito che sono sempre ottime per accumulare parole inutili. Per esempio:

Lo chiamavano John Doe. Il nome utilizzato nel gergo giuridico statunitense per indicare una persona dall’identità sconosciuta, come, per esempio, nel caso di ritrovamento di un cadavere non identificato. Come dire: Mr. Nessuno.

Un bel chissenefrega? Rifacendo l’esempio del cinema già fatto a suo tempo nell’articolo sul mostrare: immaginate di guardare un film, appare un nuovo personaggio ed ecco spuntare il regista con un cartello dove è scritto il nome del personaggio e perché si chiami così. Sarebbe ridicolo. Lo è anche in narrativa.

Piccolo Quiz

Piccolo quiz: in effetti, in un film horror stupido ma divertente di alcuni anni fa, ogni volta che entrava in scena un nuovo personaggio compariva una scheda con dati personali e commenti ironici. Sapete il titolo?

mostra la risposta ▼

Feast film del 2005 diretto da John Gulager.

Locandina di Feast
Locandina di Feast

Escluse le scene inutili, il resto del romanzo è un collage di scene cliché già viste in un’infinità di film e di telefilm. C’è la scena dove il nostro eroe usa i suoi poteri maggici per picchiare il bullo della scuola, la scena dove il nostro eroe usa ancora i suoi poteri maggici per umiliare il bullo della scuola a biliardo, la scena dove il nostro eroe è punito ingiustamente dal preside per aver picchiato il bullo di cui sopra in quanto il padre del bullo è il più ricco della città, ecc., ecc. Sono scene ricalcate su modelli già visti senza neanche un pizzico di originalità e senza neppure la pezza dell’autoironia.
Forse è meglio cosi: quando Roma cerca di essere originale i risultati sono atroci. Per esempio, poteva mancare un interrogatorio con il poliziotto buono e il poliziotto cattivo? No. Solo che Roma decide di far convivere entrambi i poliziotti nello stesso personaggio, il John Doe di cui ho già accennato, quello che, mi preme ribadirlo, ha un nome che viene usato nel gergo giuridico statunitense per indicare una persona dall’identità sconosciuta, come, per esempio nel caso di ritrovamento di un cadavere non identificato, insomma un Mr. Nessuno – sì, questo inciso è fastidioso, incisi così sono fastidiosi anche quando appaiono nei romanzi, magari gli scrittori all’ascolto una buona volta lo capiranno. In ogni caso, il poliziotto buono/cattivo di Roma è questo:

«È acqua passata», tagliò corto John Doe. «Io sono qui per un’altra ragione. Tu conosci un ragazzo di nome Jude Westwick?»
Eric impallidì di colpo, come se l’avesse schiaffeggiato. «Sì, lo conosco. Perché le interessa?»
«Non sono affari tuoi», John Doe, all’improvviso, aveva cambiato tono di voce. Amava il giochetto dello sbirro buono e quello cattivo: con una scissione schizofrenica interpretava entrambi i ruoli. «Raccontami cosa sai di Jude Westwick.»
[...]
John Doe si umettò un dito, e lustrò il cristallo dell’orologio. «Ora devo andare. Mi sei stato molto utile», disse lo sbirro buono. «Ma mi raccomando: non una sola parola con i tuoi amici sul nostro incontro. Mi sono spiegato?» aggiunse lo sbirro cattivo.
«Certo», balbettò Eric. Grande, grosso e fifone.
«Mi sono spiegato?!»
Eric annuì tre volte.
Lo sbirro buono gli diede un buffetto sulla nuca. «Bene. In fondo, sei un bravo ragazzo.»

Notare la “schizofrenia”: il poliziotto cattivo aggiunge “?!” al termine delle battute oppure addirittura chiarisce, con improvviso cambio di tono di voce, che certe cose non sono affari dell’interrogato. Da brividi!

Questo John Doe, oltre a essere un agente dell’FBI specializzato negli interrogatori – “In realtà, non era solo bravo: era il migliore.” –, lavora anche per i Penitenti Bianchi, una setta segreta che si oppone alla Golden Dome.
John Doe:
1) È convinto che Shaitan porterà alla fine del mondo o giù di lì.
2) È stato indottrinato fin da piccolo a credere al punto 1).
3) I suoi genitori sono stati uccisi da Shaitan quando Jude era ancora neonato.
John Doe riesce a catturare Jude incarnazione di Shaitan…

L’uomo gli piegò un braccio dietro la schiena, con una mossa da poliziotto, e gli infilò una manetta. Quando Jude si voltò per vedere chi era, quello gli spruzzò in faccia uno spray urticante al peperoncino. Il bruciore lo privò della lucidità per alcuni secondi, sufficienti a essere spinto sull’altra sedia, ed essere ammanettato.

(parentesi di apprezzamento per il Davide Roma alle prese con le scene d’azione: sono così coinvolgenti ed emozionanti! Qui per esempio lo senti proprio il dolore del braccio piegato dietro la schiena e ti sembra proprio che anche a te brucino gli occhi per colpa dello spray. Santiddio.)

… ed è a un passo da ucciderlo. Cosa fa?
Come nelle scene di questo tipo più cliché che si possano immaginare, John Doe si mette a chiacchierare, a spiegare a Jude come ha fatto a catturarlo, vuole sottolineare che lui è un Buono e non farà male ai genitori di Jude, ecc. Finché, puntuale, non giunge il Deus Ex Machina a salvare Jude: senza ragione arrivano di corsa Amber e Liana(sic) che mettono fuori combattimento John Doe.

«Amber ha fatto un sogno. Una premonizione. Non ne era sicura. Quando mi ha chiamato per chiedermi un consiglio, ho capito tutto, e ci siamo precipitate qui», spiegò Liana.
«Come facevi a essere sicura che non fosse un semplice sogno?» [disse Jude]
«Gemini
«Cosa?»
«Tu e Amber siete legati in qualche modo, come anime gemelle. Può capitare, nel mondo della stregoneria. Viene chiamato ‘vincolo Gemini’.»

Se almeno ci fosse dell’ironia in tutto ciò, se l’autore strizzasse l’occhio al lettore ammettendo la banalità di quanto avviene, forse un mezzo sorriso ci starebbe. Ma qui è tutto serio. Stupidamente serio.

Fotogramma da Shaitan
Un fotogramma da Shaitan, film indiano di un paio di anni fa. Come Jude, i signori qui sopra devono combattere i loro demoni interiori

Tra una scena inutile e una scena cliché, una scena idiota e una solo scema, si possono gustare alcuni dei dialoghi più insulsi che mi sia mai capitato di leggere. Dialoghi che sono domande e riposte a raffica, molto poco naturali, e che suscitano un interesse pari a zero. Per esempio, questo è il primo dialogo tra Emily e Jude:

Jude uscì. Due ragazzi si lanciavano un frisbee. Emily era là, seduta su una panchina, con le poesie di Sylvia Plath in mano. Quando le fu davanti, la sua ombra le impedì per un istante di leggere.
Lo riconobbe. «Tu…»
«Ti stavo cercando.»
«Perché?»
«Sei sparita. Mi chiedevo dove fossi.»
Emily chiuse il libro. Lo guardò severa. «Non mi piace la violenza.»
«Neanche a me.»
«Cosa?» Sembrava sgomenta. «Mi prendi in giro?»
«No.»
«Mi piacevi molto. Almeno finché non hai fatto a pugni. Ero convinta che fossi diverso.»
«Da chi?»
«Da Eric, da tutti gli altri.»
«Lo sono.»
«Sì, tu sei più forte.»
«Stava picchiando il mio migliore amico. Cosa avrei dovuto fare? Tutte le storie sulla non violenza vanno bene, se ti piace essere preso a calci nel sedere. Poi c’è un’altra ragione.»
«E cioè?»
«Tu.»
Emily si puntò un dito contro. «Io?»
«Mi stavi guardando. Non volevo, ecco…» si grattò la testa, imbarazzato. «Non volevo fare la figura del perdente.»
Lei fece una risatina che si levò nell’aria come un trillo. «Una prova di forza per fare colpo?»
«Be’, sai, a volte i ragazzi sono un po’ stupidi. Ragionano come cavernicoli.»
Un sorriso lampeggiò sciogliendo l’espressione di rimprovero sul volto di Emily.
«Ehi?»
«…»
Ora si lanciavano occhiate mordi-e-fuggi, come se fossero incapaci di fissarsi a lungo negli occhi.
«Cosa pensi?»
«Hai fatto bene a dargli una lezione. Se la meritava proprio.»
«Hai cambiato idea?»
«No, volevo vedere come reagivi alle critiche. L’autoironia è importante. Chi l’avrebbe mai detto, stai guadagnando punti…»
«Quanti?»
Tamburellò, pensierosa, sulla copertina del libro. «Non si sa.»
«Sei una che non si sbilancia. Cosa stavi leggendo?»
«Poesie. In realtà, stavo scrivendo. Ho il vizio di scrivere sui margini dei libri.»
«Un diario?»
Schioccò le labbra. «Haiku.»
Jude non disse niente.
«È un genere letterario giapponese. Poesie di tre versi e diciassette sillabe.»
«Solo tre versi… e ti bastano?»
«Di solito.»
«Posso leggere?»
«Se ti va.»

In realtà continua, ma ho tagliato qui, tanto l’andazzo è sempre quello. Il mio scambio di battute preferito direi che è:

«Ehi?»
«…»

Solo un talento puro & sicuro saprebbe catturare così bene il feeling che si crea tra due persone che stanno per innamorarsi. Circa.

Jude e Amber:

«Ho ricevuto il tuo messaggio.» [disse Jude]
Amber abbassò l’altra gamba, si voltò e guardò in basso. «Lo so.»
«Di cosa volevi parlarmi?»
«Prima aiutami a scendere.»
Jude si avvicinò. Amber si puntellò sulle sue spalle e gli finì in braccio, civettuola. Gli sfiorò quasi le labbra, e per un attimo a Jude venne voglia di baciarla. Ma Amber si ritrasse e appoggiò i piedi a terra. C’era una strana intimità con lei, come se di colpo solo con Amber Jude sentisse di poter essere davvero se stesso.
Jude si schiarì la voce. «Allora?»
«Quello che è successo stamattina.»
Lui si spazientì. «Ancora con questa storia. Sembri mia madre.»
«Ah, che carino! Per me è una grande soddisfazione ricordarti la mamma! Eric sta raccontando in giro che l’hai colpito con un tirapugni che, in qualche modo, doveva essere arroventato da una parte.»
«Eh?»
«Questa è la spiegazione che è riuscito a darsi. Aveva una specie di bruciatura sul petto. Ma noi due sappiamo che non è andata così. Tu non l’hai nemmeno toccato, vero?»
«Non so di cosa stai parlando.»
«Parlo del Sentiero della Mano Sinistra.»
Jude rimase di sasso. «Dove vuoi arrivare?»
«Stai studiando la magia della Golden Dome, vero?»
«Come hai fatto a capirlo?»
«È il mio campo», sorrise maliziosa. «Ti ricordi quando le Glam si sono ammalate di morbillo, il giorno prima del ballo di primavera dello scorso anno?»
Jude annuì.
«Una fattura. Perché non le sopporto. Come tu non sopporti Eric. Sono stata più buona di te!»
«Cosa sai della Golden Dome?»
«È il più potente ordine magico del mondo.»
«E tu come fai a conoscere queste cose?»
«Frequento una libreria esoterica che sembra uscita da un altro mondo. Se vuoi, ci possiamo andare.»

Su 21 battute, 10 sono domande. Come spiegavo nell’articolo dedicato ai dialoghi, questo modo di far parlare i personaggi alla lunga annoia, perché ogni risposta diretta diminuisce la tensione. Ma ammetto che è un concetto non elementare, forse Raul Montanari non lo insegna.

Una bizzarria dei dialoghi di Roma è che quando ci sono più di tre personaggi in una scena, le battute vengono messe in bocca a persone generiche. Per esempio, Emily partecipa a un pigiama party delle Glam, “quattro fanatiche di moda che si credevano il meglio della scuola”, quattro non centonovantasette, e:

Emily era l’oggetto della curiosità. Le Glam erano sedute in cerchio, e la scrutavano.
[...]
«Com’è, com’è, com’è?» le chiese una Glam.
[...]
«Che carino», sospirarono all’unisono le Glam.
[...]
«Sì sì sì!» chiocciarono in coro le Glam.
[...]
«Ma quanto sei cotta!» commentò una Glammy.
[...]
«E chi sarà mai, Harry Potter?» commentò una Glammy, e tutte scoppiarono a ridere, compresa Emily.
[...]
Poi una Glammy ridiventò seria e chiese di nuovo: «Dài, racconta. Cos’è in grado di fare?»

Tu vai a una festa in casa di quattro persone e non sai neanche come si chiamano? In un’altra occasione, Connor, il padre di Jude, è a una riunione di congiurati, gente di cui si fida, e che dunque deve per forza conoscere, e anche qui parlano delle persone generiche, quasi che a fare certe battute fosse una voce dal cielo.

Questo tipo di problemi nasce dal fatto che Roma non sa gestire il punto di vista. All’inizio dicevo che usa un narratore onnisciente, ma non è una scelta consapevole: alcuni capitoli sono scritti dal punto di vista di un personaggio e si rimane sempre con lui; altri sono scritti con il punto di vista di un personaggio ma di punto in bianco si entra nella testa di altri; in diverse occasioni ci sono intromissioni del narratore; ecc. Insomma è scritto come capita. Ed è per questo che le Glam o i congiurati non hanno nome: Roma non ha ragionato su quello che il suo punto di vista nelle due occasioni (Emily e Connor) saprebbe, comportandosi di conseguenza, ha solo buttato giù la scena come gli passava per la testa, senza nessuna attenzione. Giustificabile per un autore al primo romanzo. Un po’ meno quando sei un talento puro & sicuro, hai frequentato la scuola di scrittura di Raul Montanari, hai avuto l’editing di un’agenzia editoriale e di una casa editrice.



Bradipo bidattilo

mammiferi

Bradipo Bidattilo

(Fotografia di Roy Toft)

Mappa

Dove vive il bradipo bidattilo

Dimensioni rispetto a un uomo di 2 metri

Info

Classe: mammiferi

Dieta:
erbivoro

Dimensioni:
60-70 cm

Peso:
8 kg
Il bradipo è il mammifero più lento del mondo, talmente sedentario che sul suo manto peloso crescono le alghe. Le piante gli conferiscono dei riflessi verdi, utili a mimetizzarlo tra gli alberi delle foreste pluviali del Centro e Sud America in cui vive. I bradipi si classificano a seconda del numero di unghie, lunghe e prominenti, con cui terminano le zampe anteriori: esistono bradipi bidattili e tridattili.

La corporatura dei bradipi è congeniale alla vita arboricola. Passano la quasi totalità della loro vita sulle cime degli alberi, sospesi tra i rami, con i lunghi artigli che assicurano una salda presa alla corteccia (addirittura dopo la morte, possono restare appesi ai rami a testa in giù). I bradipi dormono sugli alberi, e dormono moltissimo – dalle 15 alle 20 ore al giorno. Anche da svegli rimangono spesso immobili e, nel caso dei bidattili, in perfetto silenzio. Di notte mangiano foglie, frutti e germogli che trovano sugli alberi e traggono buona parte dell’acqua di cui necessitano dalla linfa delle piante.

I bradipi si accoppiano e partoriscono restando appesi ai rami e spesso si vedono i piccoli del bradipo bidattilo tenersi aggrappati al corpo della madre durante le prime cinque settimane di vita. A
terra, le deboli zampe anteriori del bradipo non sono di grande aiuto negli spostamenti, intralciati inoltre dai lunghi artigli. Per procedere, assumono una posizione prona, affondano gli artigli nella terra e usano la spinta delle zampe posteriori, più robuste, per trascinarsi in avanti.

Se sorpresi a terra da un predatore, ad esempio un grande felino, questi animali non hanno alcuna speranza di sfuggire e per difendersi possono fare affidamento solo su morsi e graffi. Sebbene sulla terra non potrebbero essere più maldestri, i bradipi sono ottimi nuotatori. Capita che da un albero della foresta pluviale cadano nelle acque di un fiume, dove avanzano con ampie vogate dei loro lunghi arti. I bradipi bidattili sono leggermente più grandi rispetto ai parenti tridattili e, a differenza di questi ultimi, sono in grado sopravvivere in cattività.

(29 aprile 2010) © Riproduzione riservata

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  • Il lato oscuro delle lampade a Led

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    Secondo uno studio, la riconversione dell'illuminazione dettata da ragioni di efficienza energetica sta aggravando l'inquinamento luminoso

  • Video

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    Il pitone rigurgita un grande varano

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    Due nuovi mosaici dall'antica città sommersa di Baia

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